La dignità di una donna, di una persona, non è negoziabile. Mai.
di Don Danilo D’Alessandro
“La chiusura di un profilo social dove mariti condividevano immagini intime delle mogli senza consenso non è solo cronaca. È il sintomo di una immaturità devastante che chiama in causa tutti, soprattutto i padri”.
Questi giorni abbiamo scoperto l’esistenza di un abisso. La notizia della chiusura di un profilo social in cui uomini, spesso mariti e padri di famiglia, condividevano le immagini più intime delle proprie compagne senza il loro consenso, ha scoperchiato un vaso di Pandora di vergogna e orrore.
La prima, doverosa, reazione è di sdegno. La seconda, altrettanto doverosa, è di chiarire un punto fondamentale: grazie a Dio, non tutti gli uomini sono così. La stragrande maggioranza degli uomini prova ribrezzo per simili gesti, ama e rispetta le proprie compagne, e riconosce in questi atti una violenza aberrante. I progressi verso una cultura più inclusiva e paritaria sono reali e tangibili, portati avanti da donne e uomini insieme.
Tuttavia, è proprio il contrasto tra questi progressi e la squallida realtà di questi profili che rende il fenomeno ancora più agghiacciante. Non possiamo limitarci a condannare e passare oltre. Dobbiamo scavare nella psiche di chi commette tali atti e chiederci: che genere di “uomo” è questo?
L’età adulta tradita: Onanisti nell’era digitale
La definizione è cruda ma precisa: “onanisti masturbatori relegati alla dimensione adolescenziale”. È un’analisi psicologicamente azzeccatissima. Questi individui non sono uomini, ma adolescenti bloccati in corpi da adulti.
La loro è una ricerca patologica di convalida esterna che bypassa completamente l’empatia e la maturità emotiva. Il piacere non nasce più da un rapporto intimo e reciproco, ma dalla commodificazione del corpo della partner, trasformato in merce di scambio per ottenere approvazione da altri uomini ugualmente immaturi. È un gioco di potere e possesso distorto, un cercare di sentirsi “maschi alpha” in una squallida gerarchia digitale, dimostrando di “avere” e “controllare” un corpo femminile.
È l’antitesi dell’amore, del rispetto e della sessualità adulta, che si basa sulla condivisione, la reciprocità e il consenso continuo e entusiasta.
Il Ciclo dell’ignoranza: quale futuro per i figli?
La domanda è cruciale: “Padri che educano così i loro figli maschi che futuro possono garantire?”
Un padre che oggettifica la madre dei suoi stessi figli sta impartendo la lezione più tossica possibile:
1. Ai figli maschi sta insegnando che le donne sono territori da conquistare, oggetti da possedere e di cui disporre. Sta trasmettendo l’idea che la mascolinità si misuri sul controllo del corpo altrui, non sulla forza del carattere, sul rispetto e sulla responsabilità.
2. Alle figlie femmine sta insegnando che il loro valore è legato alla loro fisicità, che la loro intimità può essere violata da chi dice di amarle, e che non possono fidarsi degli uomini, neanche di quelli più vicini.
Sta, di fatto, alimentando il ciclo della violenza e del disprezzo per le generazioni future. È un’eredità di vergogna e trauma, non di amore.
Lo specchio spaventoso: e se fosse tua figlia?
La domanda successiva è il colpo di grazia all’ipocrisia: “E se tu padre hai una figlia femmina, vorresti che fosse trattata così?”
Questa domanda costringe qualsiasi uomo a un esercizio di empatia fondamentale. A mettersi nei panni di quel padre che vede la propria figlia, la piccola bambina che ha cresciuto e protetto, umiliata, violata e esposta al ludibrio dal suo stesso marito. La rabbia, il dolore e il senso di tradimento che proverebbe sono inimmaginabili.
Eppure, questi “uomini” sono stati capaci di infliggere questo stesso dolore ad un’altra figlia, ad un’altra sorella, ad un’altra madre. Hanno spento completamente la capacità di immedesimarsi nella vittima, anche quando quella vittima è la persona che dorme accanto a loro ogni notte.
Una chiamata alle armi (della coscienza)
Condannare è facile. Cambiare è difficile. Ecco cosa possiamo e dobbiamo fare:
1. Educazione all’affettività e al consenso: Il lavoro deve iniziare sui banchi di scuola. Insegnare ai ragazzi e alle ragazze che il consenso è entusiasta, continuo e non negoziabile. Che l’amore è rispetto, non possesso.
2. Responsabilità maschile: gli uomini devono fare la loro parte, parlandone tra loro. Chiamare all’ordine un amico che fa battute sessiste, che condivide materiale osé senza consenso, che parla delle donne in modo dispregiativo. Il silenzio è complicità.
3. Ridefinire la forza: dobbiamo smantellare l’idea che la forza di un uomo stia nel dominio. La vera forza sta nell’onestà, nell’empatia, nel proteggere i più deboli, nel tenere la parola data, nel rispettare i confini altrui.
4. Sostenere le vittime: credere alle donne, sostenerle, offrire loro supporto legale e psicologico. Spostare sempre e comunque la vergogna dal capo della vittima a quello del carnefice.
Quel profilo è stato chiuso. Ma l’ignoranza che l’ha generato è ancora lì, in attesa di trovare un altro spazio buio in cui proliferare. Estirpiamola dalla radice, iniziando dall’educazione dei nostri figli e dal nostro esempio quotidiano. Perché la dignità di una donna, di una persona, non è negoziabile. Mai.