È questa la nostra libertà: scegliere se affrontare a testa alta, se pur con armi spuntate, le assurde tempeste o disperarci inutilmente mentre il vento soffia improvviso
di Pierluigi Lo Gatto
Il Lungo mantello bianco, come colomba volteggiante nell’afa pasquale, copre una figura resa austera dalla potenza dell’Urbe. La fodera di porpora si armonizza con il giardino di rose che orna il prezioso pavimento a mosaico, raffigurante le Parche intorno a un esile filo.
Il forzato sorriso di Pilato accoglie una sembianza dimessa, abituata a fingere sottomissione al cospetto dell’invasore.
“Allora, Caifa, qual è la decisione del Sinedrio? Chi sarà giustiziato sul Monte Calvo, Bar Abbas o il Nazareno?”
“O egemone- risponde il sommo sacerdote curvato dal peso dei paramenti e della coscienza, con gli occhi bassi a recidere quel sottile filo – la Tradizione ci impone una scelta , e noi l’abbiamo fatta: che sia crocifisso il Nazareno e reso libero Bar Abbas. Si compia il destino voluto da Dio”.
“Il vostro dio condanna un innocente e libera un malfattore. Siete sicuro che questa sia la sua volontà?” Il procuratore trafigge con occhi di ghiaccio, abituati a squarci di guerra ma non a baci di Giuda, lo sguardo ipocrita del religioso.
“Sì, o egemone. Noi siamo solo il tramite attraverso cui si compie il progetto divino, spesso incomprensibile per la nostra misera ragione. Che sia messo a morte il Nazareno”.
Le braccia di Pilato si allargano, manifestando una concessione che la bocca non riesce a pronunciare.
Nuvole scure si addensano vicine e fra poco accompagneranno con un terribile pianto il compimento di quel destino.
Già , il destino.
Bar Abbas, in aramaico, significa Figlio del Padre.
Ma se è così, se davvero quel nome, famoso da due millenni, reca quella traduzione, allora qualsivoglia decisione avrebbe prodotto lo stesso risultato : il sacrificio predetto nelle sacre Scritture.
Una strana coincidenza o il dominio del fato sulla libera scelta?
E se davvero la vitale tessitura ha in volubili mani di Moira l’ineluttabile svolgimento, qual è il residuo di libertà a cui può aspirare l’umana tenzone?
Il Figlio del Padre muore, e di quella morte ha timore, urlando dolore ad ogni battuta di chiodo nella carne viva . Ma alla fine l’accetta e l’accoglie, consapevole di non poter mutare una sorte già inscritta in stelle lontane.
Anche il guerriero sa di dover morire, e diventa forte proprio quando scende in battaglia con la consapevolezza che può perdere la propria vita per un errore di freccia o un imprevisto scarto di destriero. Non è dato a lui decidere l’attimo, il campo o il colpo.
Ciò che invece può fare, ciò che tutti noi possiamo fare, è come pensare e comportarsi mentre si dipana la misteriosa matassa, come affrontare il combattimento e re-agire agli inaspettati cataclismi che sconvolgono le vite, come mantenere il precario equilibrio tra cadute nella polvere e osanna d’altare.
Ecco, è questa la nostra libertà: quella di scegliere se affrontare a testa alta, se pur con armi spuntate, le assurde tempeste o disperarci inutilmente mentre il vento soffia improvviso.
E quando le forbici della vecchia Atropo si chiuderanno sulla debole seta, allora capiremo la suprema differenza.











