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Vittorio Sgarbi é tornato. Non è malato. È finalmente sano

Vittorio Sgarbi é tornato. Non è malato. È finalmente sano

da admin_slgnwf75
17 Novembre 2025
in attualità, costume e società
Tempo di lettura: 5 minuti
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La depressione non è soltanto una malattia, non presa in tempo quasi mai per essere sconfitta al suo primo insorgere. Non è neanche soltanto un disturbo del comportamento

di Franco Cimino

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Ho visto Vittorio sugli schermi. Nell’intervista che ha rilasciato a Mara Venier a “Domenica In”. Sta leggermente meglio rispetto all’altro ieri sera, a “Cinque minuti” di Bruno Vespa, durante i quali non ha mai sollevato lo sguardo dal libro che teneva in mano e meccanicamente sfogliava, guardando le numerose immagini fotografiche delle opere che lui in quel libro presentava. La voce di oggi era leggermente più tonica dell’altra sera. Il suo pensiero, non più stretto nella critica all’arte, suo principale mestiere, dove resterà Maestro, stimolato da domande delicate e affettuose, spaziava un po’ più largamente, fino a riferirsi alla sfera più intima e personale. Quella degli affetti familiari e amorosi, nei quali spiccava quello per la compagna di una più che ventennale vita. La bellissima donna che ha deciso di sposare anche per “gratitudine”, per essergli rimasto sempre accanto e averlo assistito nei momenti più drammatici. Per pudore, io credo, non ha pronunciato la parola “amore”. Ma io penso che la parola più bella nella formula più rappresentativa dell’amore sia la parola “grazie”. E nel sentimento più esteso che si rappresenta nella gratitudine, altra parola magica dell’amore.

Il Vittorio Sgarbi che l’ospedale, dopo molti mesi di ricovero, ci ha restituito (uso questa espressione essendo l’uomo un personaggio pubblico a tutto campo), durante i quali sembrava rischiasse anche la vita, quella biologica del battito cardiaco che cessa, non è un Vittorio inguaribilmente malato che porta indelebilmente i segni profondi e sanguinolenti ancora delle ferite. La depressione non è soltanto una malattia, per quanto ancora non conosciuta adeguatamente, non riconosciuta abbastanza, non presa in tempo quasi mai per essere sconfitta al suo primo insorgere. Non è neanche soltanto un disturbo del comportamento, che va dalle notti insonni al progressivo rinchiudersi in un sé stesso che via via la stessa persona prima non riconosce, poi disconosce.

Ciò che viene comunemente chiamato depressione o male di vivere (quella cosa che ti scava dentro e progressivamente ti allontana dal mondo, a iniziare dal tuo piccolo in cui vivi, affetti familiari compresi) quando prende una persona che si è lungamente accompagnata alla personalità che è diventata, anche per il proprio ruolo sociale, si rappresenta come un’altra cosa. Clinicamente indefinibile. E in quanto tale non facilmente disponibile ad essere interrogata con gli strumenti della scienza, della medicina e della psicologia.

È molto probabilmente il difficile incontro che l’individuo fa con l’Io che sta dentro di lui. Quel grande sconosciuto che tante volte ha bussato alla porta dell’ego prepotente, saccente, e non gli è stata aperta. L’Io che dimora in noi è come la verità. Tu puoi mentirgli quanto vuoi, ingannarlo quando vuoi, rinnegarlo come vuoi, mentirgli sempre che vuoi, ma non lo puoi cancellare. Vorresti talvolta anche “ucciderlo”, come si fa con la verità che preme sulla nostra realtà. Ma non ci riesci e non ci riuscirai. Prepotente e sincero, onesto e vero, come la verità, ad un certo punto del tuo cammino spunta fuori, più forte di quanto non pensi che sia. E ti parla. Non ti interroga. Ti parla con delicatezza e con generosità, prima di domandare alcune cose con dolcezza. Del tipo: “Come stai? Come ti senti? Perché non riposi? Perché non pensi anche a te e a quello che ti si muove dentro da molti anni e tu non lo vuoi accarezzare?”

È la parte più bella di te. Quella che ti spaventa perché hai creduto ai falsi miti della forza e dell’arroganza. A quelli che portano successo e denaro, e a quell’altro demone che è la popolarità a tutti i costi, la volontà strenua di piacere per forza, anche soltanto ad una parte, pur contrapposta all’altra, piccola la tua e più grande l’altra, la contraria. Purché tu piaccia, fanaticamente a qualcuno che ti adora come tu vuoi essere adorato. Seduto, cioè, su un trono di presunta superiorità sul mondo. Idolo ti vuoi fare per essere idolatrato. E non ti domandi se tu, il tuo essere profondo, abbia mai dimorato in quel simulacro ipocrita e menzognero.

L’essere umano non è nato per essere un Maciste invincibile, un corpo forte tutto muscoli e pochi sentimenti, che non deve arrendersi mai, non deve perdere mai, perché se perde una volta è un vinto per sempre. Un uomo ridicolo, specialmente se piange di nostalgia, di malinconia. E di dolore, per una mancanza, una perdita, non di una partita, ma di una persona. Ti sei preoccupato (é sempre l’Io che parla a tutti) del termine che viene assegnato al momento in cui l’Io interiore si rivela nella sua delicatezza. La chiamano con una parola che ti dà fastidio, debolezza. O fragilità. Quando invece è magnifica tenerezza. Quella carezza che muove da se stessi verso la propria anima. Come quella della mano di una madre sul volto del figlio. Una carezza. Una tenerezza. Scambiate per debolezza. E anche quando fosse davvero fragilità, é resa colpevole della propria impotenza. Invece, è l’emozione che ci fa essere davvero umani, consapevoli della nostra missione nel mondo. Quella di essere uguali agli altri, compassionevoli di sé per essere compassionevoli degli altri, caritatevoli con la propria persona allo stesso modo in cui lo si deve essere per gli altri. Ultimo tra gli ultimi per essere primo tra tutti uguali . Alla pari, già dalla partenza.

Tutto qui. L’Io che si rivela a noi ci dice soltanto questo. In sintesi: “Sii te stesso, mente che pensa con inquietudine e curiosità profonda. Anima inquieta che si domanda. Cuore che batte sulla vita del mondo. E sulla natura, la casa vera di tutti gli esseri umani. Sii te stesso. E ama. Guarda la profondità del mare per sentire l’infinito. Alza gli occhi al cielo per vedere l’Assoluto. Chiamalo Dio, se vuoi.”

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Il Vittorio Sgarbi che stiamo vedendo in questi giorni non è un uomo malato. O un re detronizzato. Non è il cavaliere dell’invincibile spada che viene colpito in battaglia. Non è l’eroe vinto. Non è il campione caduto. Non è l’arrogante di cui l’umiltà si vendica gettandolo miseramente nel fango. Non è il peccatore che si pente. Nessuno giudichi la sua condizione. E nessuno usi il vecchio motivo del rancore represso: “finalmente si prende quel che si merita!”

Vittorio Sgarbi è un uomo che ha incontrato l’Io nel tratto più difficile della sua strada. In piena curva, la più stretta . Quella cieca. Ma l’ha incontrato e, dopo averne avuto paura, si è fatto da lui parlare. Anche rimproverare, ma con quei buoni consigli che l’hanno portato a dedicare il suo ultimo libro, con le opere pittoriche di riferimento, alla montagna. Quella che lui da bambino risaliva col padre, che la montagna amava, e che solo adesso ha scoperto essere la parte più alta della terra che guarda il cielo. Quel piccolo ponte provvidenziale, quale passaggio dagli occhi umani agli occhi “altri”. Gli occhi della profonda spiritualità, che ti offre la risposta che più cercavi: oltre noi c’è vita. La stessa che è dentro di noi. La vita della spiritualità, che oltre noi è Spirito. Alto. Divino.

Grazie, Vittorio Sgarbi. E sii felice in questa tua nuova dimensione umana e spirituale. Ché anche a noi è utile vedertela addosso e nei tuoi occhi-occhiali che sembrano sperduti nel vuoto. Quel vuoto che è invece pienezza del tuo Io.

Tags: depressionemalattiavittorio sgarbi

admin_slgnwf75

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