Quando la realtà supera la fiction e la burocrazia ruba la scena tra vernici ignifughe, pareri eterni e bandi paralleli: il nuovo teatro è già una pièce tragicomica
A Vibo Valentia il Teatro non è semplicemente un edificio: è una saga epica. Una leggenda. Un romanzo di formazione – purtroppo finora senza lieto fine – in cui il protagonista cerca disperatamente di diventare ciò che è sempre stato destinato a essere: un teatro aperto. Ma c’è sempre un drago da sconfiggere, una quest magica da completare, una pergamena da consegnare ai Vigili del Fuoco. Che sarà mai, dopotutto? Nulla che non richieda solo qualche altra settimana. O mese. O era geologica.
Già, perché ogni volta che si intravede un barlume di speranza, ecco ricomparire l’antica maledizione vibonesissima: l’Imprevisto Burocratico.
Altro che Macbeth e superstizioni da palcoscenico: qui siamo davanti a un vero e proprio sortilegio amministrativo, di quelli seri, di quelli che ti fanno dubitare che certi luoghi siano davvero pensati per essere vissuti e non soltanto inaugurati in eterno.
Ora siamo al paradosso supremo: c’è perfino un bando, sono arrivate proposte, la commissione è stata nominata… e però manca quel piccolo dettaglio irrilevante: il Teatro non è pronto. Ma proprio per niente. La vernice ignifuga non è ancora completata, le certificazioni non sono arrivate, la Commissione Pubblici Spettacoli aspetta le carte come si attende un pacco Amazon che non verrà mai. E intanto il Comune rassicura: “Speriamo di aprire entro dicembre”. Che in fondo è un ottimismo ammirevole. O temerario. O tragicomico.
Nel frattempo, sul fronte del bando, si presenta un cast degno di un festival: da Altrove Cantieri Culturali ad AMA Calabria, dal Centro Teatrale Meridionale alla Compagnia BA17, passando per Il Delfino, Cromatica Mat e le vibonesi Enrica Candela e Maria Teresa Marzano. Una squadra di professionisti e associazioni che, legittimamente, propongono idee, progetti, visioni. Un mosaico di energia culturale che farebbe invidia a tante città.
Peccato che si stia scegliendo il futuro gestore di un teatro che, a oggi, è gestibile quanto una casa senza tetto nella stagione delle piogge.
La seduta pubblica si è fatta, quella riservata si farà, la graduatoria arriverà e poi la Giunta approverà. Tutto perfetto. Tutto in ordine. Sulla carta, almeno. Perché la realtà è un’altra: il teatro resta chiuso, e la sensazione diffusa è di trovarsi davanti a un rituale che procede indipendentemente dal suo oggetto, come se si stesse eleggendo il comandante di una nave ancora in costruzione, senza sapere quando verrà varata. Sempre che venga varata.
E allora la domanda, più che legittima, ritorna insistente: Quale maledizione incombe sul teatro vibonese?
Forse un antico anatema? O forse, più semplicemente, la solita trappola all’italiana, dove l’opera pubblica è un’entità filosofica, un concetto, un’idea platonica più che un luogo fisico da abitare?
Qualunque sia la spiegazione, resta una certezza: il Nuovo Teatro Comunale di Vibo Valentia è già un’opera narrativa straordinaria. Un capolavoro del genere tragicomico.
Ma sarebbe bello, un giorno, vederci uno spettacolo vero. Sul palco. Con le luci accese. E senza dover consultare gli oracoli per sapere se e quando accadrà.











