Riflessioni sulle pagine del Vangelo di domenica 23 novembre
di Mons. Giuseppe Fiorillo
Carissime, carissimi,
celebriamo oggi, con liturgia di questa ultima domenica nel tempo ordinario, la Solennità di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo.
Ascoltiamo il testo di Luca: “In quel tempo, dopo che ebbero crocifisso Gesù, il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: “Ha salvato altri! Salvi se stesso, se lui è il Cristo di Dio, l’eletto”. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: “Sei tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. Sopra di lui c’era anche una scritta: “Costui è il re dei Giudei”. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. L’altro, invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso”.(Luca 23,35-43).
Gesù regna “dal legno”, come amavano dire i Padri della Chiesa; ed è da lì che insegna ad amare, perdonare, cercare comunione e donare fino all’ultimo respiro. Sotto la croce c’è il popolo che sta lì a guardare, a curiosare e cercare spettacolarità; ci sono le donne che si battono il petto, impietrite nel dolore; ci sono i capi che lo deridono; ci sono i soldati romani che lo scherniscono; c’è un ladrone al suo fianco che lo bestemmia e lo insulta : “non sei tu il Cristo? salva te stesso e noi!”. Ma c’è anche uno spiraglio di luce… “L’altro ladrone disse: Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Gli rispose Gesù: in verità io ti dico oggi sarai con me in Paradiso”.

Gesù conclude la sua vita non fra due discepoli, non su un trono regale, ma sulla nuda croce, in mezzo a due ladroni, per dirci che è lì che vuole morire, tra i dannati della terra, perché alla sua salvezza preferisce la nostra salvezza. Del resto nei suoi insegnamenti aveva sempre affermato: “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto” (Luca 18,10).
Gesù è riconosciuto, anche se in maniera provocatoria, dai suoi nemici “re” con l’iscrizione che appendono la sera del venerdì sul suo capo: “Questi è il re dei Giudei”. Ma ci domandiamo: qual è la regalità che chiede Gesù? Sappiamo che lui non aveva simpatia per i re. Difatti, nelle sue parabole, i re vengono fuori sempre con una presenza sinistra e minacciosa e sempre pronti a schiacciare la povera gente: “Sapevi che sono un uomo severo che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato”. (Luca 19,22) . E ancora:” Voi sapete che coloro i quali sono considerati re delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono” (Marco 10,42).
E ancora ci chiediamo: quale regalità ci chiede Gesù? Questa: “sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi” (Giovanni 13, 14-15).
È questa la regalità di Gesù, la regalità del servizio: “Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo, tra voi, sarà schiavo di tutti”. (Marco 10,44.)
Oggi noi siamo chiamati a testimoniare questa regalità, con gesti quotidiani, espressi in semplicità di vita ed umiltà di cuore:
- sapere fiorire e dare frutti là dove siamo stati seminati;
- sapere dare una parola di consolazione a chi si è perso nei bassifondi dell’esistenza;
- portare amore dove c’è odio, perdono dove c’è offesa, speranza, dove c’è disperazione, gioia dove c’è tristezza, luce dove c’è tenebra;
- vedere Dio, crocifisso in tutti gli infiniti crocifissi della storia che incontriamo sul nostro cammino.
Buona domenica. col prendere coscienza, sempre più, che il mondo appartiene a chi lo serve e lo migliora e, non a chi, egoisticamente, lo domina e lo possiede.
Don Giuseppe.








