Il Segretario generale e Dirigente ad interim del settore Cultura ha firmato una dichiarazione per spiegare lo “snodo cruciale per il futuro culturale, che coincide con quello sociale nel suo complesso”
C’è una strana magia in questa città: un teatro costruito che resta chiuso, stagioni che non vanno mai in scena e dibattiti culturali che somigliano più a prove tecniche di disorientamento che a un confronto pubblico.
Vibo Valentia, in questo, sta superando se stessa. Il Nuovo Teatro Comunale è ancora in attesa della sua prima vera stagione, ma nel frattempo un altro spettacolo – parallelo, spontaneo, involontario – si è preso tutto il palcoscenico.
Uno spettacolo vivo, pulsante, quotidiano: fatto di farse istituzionali, tragicommedie politiche, monologhi autoreferenziali più lunghi di Amleto e cori più cupi dell’Antigone.
A un certo punto, quando gli attori continuano a ripetere le battute senza rendersi conto di essere fuori parte, l’approdo al teatro dell’assurdo diventa quasi inevitabile.
Pirandello sarebbe soddisfatto. Ionesco addirittura entusiasta. Beckett, probabilmente, si limiterebbe a dire che almeno Vladimir ed Estragon, qualcosa, la aspettavano.
Qui invece si attende tutto: l’apertura del teatro, la programmazione culturale, la visione politica, il ruolo pubblico, il senso. Il paradosso non è solo che la politica arretri; il paradosso è che arretri con tale zelo da lasciare la scena vuota, trasformando un bando culturale in un dramma in cui l’unica voce discorsivamente articolata è quella dei funzionari.
Il tutto si svolge davanti a un pubblico che non ha bisogno di biglietto: la cittadinanza, che assiste, ormai rassegnata, a questa recita infinita.
Un’opera che cambia genere a ogni stagione: farsa, tragedia, tragicommedia, monologo, coro epico, teatro civile. E, inevitabile, teatro dell’assurdo.
Il vero colpo di scena, però, non sta nelle scenografie o nei protagonisti mancati, ma nella politica.
La politica, un tempo così sicura della sua parte, oggi recita in sordina. Una comparsa che appare e scompare, come un tecnico delle luci che ha preso il posto dell’attore.
Nei bei tempi andati – così raccontano i nostalgici, quelli che citano Gramsci tra un caffè e una conferenza stampa – cultura e politica erano sorelle siamesi: la prima offriva spessore, la seconda direzione.
Oggi, invece, sembrano due sconosciute sedute agli estremi di un autobus affollato, con la politica che evita accuratamente qualsiasi contatto visivo. E la cultura che, nel dubbio, si mette le cuffie e guarda fuori dal finestrino.
Perché a Vibo Valentia, la politica sembra aver deciso di passeggiare altrove, lasciando che sia il dirigente a spiegare ai cittadini cosa si sta facendo, perché lo si sta facendo, con quali criteri, con quale filosofia, e soprattutto con quale coraggio.
E così il Segretario generale, Dirigente ad interim del settore Cultura e Presidente della Commissione – un titolo che da solo sembra già la scaletta di uno sketch – firma una lunga dichiarazione chiarificatrice.
Dichiarazione che, per ordine, complessità e capacità argomentativa, mostra una lucidità che sarebbe lecito attendersi da un assessore, non da un funzionario appesantito da più incarichi che firme.
C’è stato un tempo in cui la politica usava la cultura per orientare una comunità; oggi si limita a delegare. Delegare persino le parole. Delegare perfino le responsabilità dell’immaginario.
Il risultato non è solo una politica muta, ma una cultura afona, in mano a strutture che possono gestire eventi, ma non sostituire visioni.
La dichiarazione del dott. Scuglia è un documento nitido, quasi un trattato sulla selezione teatrale in un’epoca in cui il teatro non c’è.
Parla di criteri, trasparenza, griglie, esperienze professionali, cartelloni completi, diversificazione artistica, solidità organizzativa. E alla fine annuncia la scelta di AMA Calabria, selezionata per qualità e affidabilità, con uno scarto minimo dagli altri concorrenti.
La logica è comprensibile: un teatro nuovo ha bisogno di una struttura solida. Ma l’effetto collaterale è un altro: la voce pubblica che dovrebbe raccontare, contestualizzare, motivare, è ancora una volta un dirigente.
Una dichiarazione impeccabile nella forma. Talmente impeccabile da sembrare scritta per essere letta a una conferenza stampa politica che, però, non c’è stata.
Come se, in mancanza di visione politica, restasse soltanto il regolamento da interpretare.
E così Vibo Valentia si ritrova con un teatro chiuso ma uno spettacolo aperto: quello di una comunità che si interroga su chi stia governando la cultura e su come mai a farlo non sia chi la cultura dovrebbe programmarla e con una stagione che parte già con il prologo e un apparato amministrativo trasformato in mattatore per supplenza.
Un ribaltamento che neppure Brecht avrebbe osato mettere in scena: il burocrate che fa politica, la politica che guarda in platea e si chiede quando toccherà a lei salire sul palco.
Perché il punto – e qui il teatro dell’assurdo diventa teatro politico – è che quando la politica abdica dal ruolo di guida culturale, qualcun altro prende inevitabilmente quei posti.
E i vuoti, si sa, non restano vuoti: si riempiono.
Nel frattempo, però, il pubblico attende.
Il sipario del teatro comunale ancora non si è sollevato, ma il sipario sulla città è aperto da tempo.
E lo spettacolo continua, tra sospiri, alzate di spalle, battute involontarie e dialoghi che sembrano usciti da una compagnia amatoriale al debutto.
Assurdo?
No.
È semplicemente Vibo Valentia. Città dove questa è banalmente cronaca. Cronaca in forma di commedia.
E finché la politica resterà in platea anziché sul palco, di questi spettacoli ne vedremo molti altri.











