La violenza non è solo un gesto: è un sistema di relazioni sbagliate, è il potere usato male, è una ferita che non sempre lascia lividi visibili
di don Danilo D’Alessandro
Oggi, nella giornata dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, sento forte il bisogno di una riflessione sincera e realistica.
Perché è troppo facile ridurre tutto a slogan, a schieramenti, a battaglie ideologiche. Anche il mainstream, purtroppo, spesso parla di violenza quasi esclusivamente in rapporto al tema del consenso sessuale, come se la violenza fosse solo un atto fisico, e non anche quel lento logoramento psicologico, silenzioso e quotidiano, che tante donne subiscono in Italia e in Europa.
La violenza non è solo un gesto: è un sistema di relazioni sbagliate, è il potere usato male, è una ferita che non sempre lascia lividi visibili.
E non può essere raccontata solo con categorie sociologiche come la “cultura patriarcale”: certamente una parte l’ha avuta, e non possiamo negarlo. Ma ridurre tutto a questo rischia di diventare una semplificazione comoda, che non ci permette di guardare la complessità dei rapporti umani, delle fragilità affettive, degli abusi emotivi che non appartengono solo a un genere.
Perché, se è vero — ed è sacrosanto — che le donne sono state e sono tuttora vittime di forme gravissime di violenza, è altrettanto vero che esiste un’altra parte della storia che spesso non trova spazio: quella degli uomini che, durante le separazioni o nei tribunali, vengono trattati come carnefici a prescindere, privati del legame con i propri figli, schiacciati da un sistema che non sempre sa distinguere.
Anche questo è dolore. Anche questo è una forma di violenza istituzionale che ferisce profondamente.
E allora, oggi più che mai, sento che la vera sfida non è scegliere da che parte stare, ma imparare ad ascoltare le ferite senza etichettarle, vedere la persona prima del genere, riconoscere che il male non ha una sola direzione e che la sofferenza non si misura con criteri ideologici.
La violenza va combattuta sempre: contro le donne, contro gli uomini, contro chiunque venga umiliato, manipolato, controllato o privato della propria libertà e dignità.
Celebrare questa giornata significa rimettere al centro l’umano, senza schieramenti, senza semplificazioni, senza quella retorica che divide invece di unire.
Significa proteggere le donne, sì, ma anche aprire uno spazio di verità dove le ingiustizie che colpiscono gli uomini non siano più un tabù.
Significa rifiutare la battaglia ideologica dei generi per tornare a una battaglia molto più seria: quella per la giustizia, per il rispetto, per le relazioni sane, per un’educazione che formi uomini e donne capaci di amare senza possedere, di scegliere senza ferire, di lasciarsi senza annientarsi.
Oggi ricordiamo tutte le donne che portano ferite visibili e invisibili.
E ricordiamo anche che il mondo sarà più sicuro non quando vincerà un genere, ma quando vincerà l’amore, la responsabilità e la verità.










