Un’amara riflessione su quanto emerge dal nuovo rapporto sul Sistema nazionale di valutazione delle performance pubblicato da Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali
di Maurizio Bonanno
A Vibo Valentia ormai non serve più nemmeno indignarsi: ci si rassegna. È una rassegnazione antica, sedimentata come la polvere sulle sedie dei pronto soccorso, come le crepe sui muri delle strutture sanitarie che cadono a pezzi mentre noi, cittadini qualunque, restiamo ad aspettare. Aspettiamo un medico, aspettiamo una visita, aspettiamo un diritto. E, adesso lo dice pure Agenas, aspettiamo soprattutto un’ambulanza.
E la aspettiamo troppo.
Nel nuovo rapporto sul Sistema nazionale di valutazione delle performance, emerge un dato che fa quasi male a leggerlo: a Vibo Valentia, il tempo medio di arrivo dei mezzi di soccorso è di 35 minuti. Trentacinque. In un’emergenza grave, mezz’ora è un’eternità. È lo spazio in cui può cambiare un destino, lo spazio in cui la vita decide se restare o andare. È un lusso che nessuno può permettersi, e che invece qui diventa la normalità.
Certo, non è che il resto d’Italia stia messo benissimo: quasi una Asp su due non riesce a rispettare quei fatidici 18 minuti raccomandati dalle linee guida. Ma quando si guarda al Sud, e alla Calabria in particolare, la situazione si fa ancora più amara. A Vibo Valentia si toccano i 35 minuti, ma anche altre Asp calabresi superano tranquillamente i 30.
Una terra intera che continua a inseguire, arrancare, arrancare sempre.
E mentre noi aspettiamo, altrove le ambulanze arrivano in 12 minuti, come a Trieste e Gorizia. Dodici minuti: meno del tempo che qui si impiega a capire se il 118 ha effettivamente preso la chiamata.
Piacenza, Chiavari, Reggio Emilia, Parma, Genova… tutte sotto i 13 minuti.
È un’Italia che corre, un’altra che si ferma. Una che vive, una che sopravvive.
Nel mezzo, noi. Quelli “di Vibo Valentia”.
Quelli che si abituano ai disservizi perché, a furia di vederli, sembrano quasi normali.
Quelli che aspettano. E aspettano, senza nemmeno più reagire, perché qui la rassegnazione è diventata un meccanismo di difesa.
E allora, ecco l’ennesima fotografia di un divario che non si colma mai: differenze organizzative, infrastrutturali, investimenti che da noi arrivano col contagocce, quando arrivano. Perché il problema non è solo il ritardo, ma la rinuncia. La rinuncia di uno Stato che sembra aver dimenticato la Calabria, e in particolare questo pezzo di terra, il Vibonese che continua a pagare sulla propria pelle ogni inefficienza.
A Vibo Valentia non si chiede un miracolo. Si chiede una cosa semplice, banale, quasi scontata altrove: che un’ambulanza arrivi prima della disperazione.
Che non ci vogliano 35 minuti per provare a salvare una vita.
Che la dignità di un cittadino non dipenda dal codice di avviamento postale.
E invece siamo qui, ancora una volta, a raccontare l’ennesimo ritardo.
Un altro numero che pesa come una pietra.
Un altro motivo per cui sentirci, amaramente, abbandonati.
Calabria, terra bella e ferita.
Vibo Valentia, terra che aspetta.
Aspettiamo ancora. Sempre.











