Due incontri che hanno suscitato l’interesse dei giovani delle scuole superiori e che gli hanno fatto capire quanto sia importante dire no a questo fenomeno
No, due lettere importantissime che in questi giorni sono tornate alla ribalta per il rinvio della legge sul consenso in materia sessuale, ma sin da piccoli noi siamo abituati a pronunciarle infatti esiste quella che viene definita la “fase del no”, una tappa evolutiva dei bambini che si manifesta tipicamente tra i 18 mesi e i 3 anni ed è legata alla scoperta della propria identità e autonomia. È un periodo in cui i bambini iniziano ad affermare il loro sé separato dagli altri, spesso opponendosi alle richieste dei genitori con determinazione. Sebbene possa essere estenuante, è un processo naturale e fondamentale per la crescita, che li porta a diventare più indipendenti.
Poi questa fase passa, ma forse in alcuni casi bisognerebbe riproporla proprio per affermare la propria contrarietà, la propria autonomia rispetto ad atteggiamenti che potrebbero essere deleteri.
No, io non ci sto a prendere parte ad episodi di bullismo.
No, io non ci sto anche solo ad assistere a episodi di bullismo.
No, io non ci sto ad essere bullizzato!
Sono tre NO che i ragazzi dovrebbero iniziare a pronunciare e ad agire di conseguenza.
Per renderli consapevoli di queste eventuali scelte nelle scuole si svolgono spesso manifestazioni sul bullismo, ultimamente estese anche al fenomeno del cyberbullismo, affinché sin da giovani i ragazzi capiscano quali siano i pericoli nei quali si incorre quando ci si trova coinvolti i un episodio di bullismo, e questo vale sia per la vittima che per il carnefice che a vederla bene alla fine è vittima anche lui o lei.



A Vibo Valentia il sociologo Maurizio Bonanno e la Garante per l’Infanzia del comune di Pizzo, Tiziana Ceravolo hanno partecipato a due incontri distinti presso Istituto Tecnico per geometri e l’Istituto Tecnico economico, l’ex ragioneria, di Vibo Valentia.
In entrambe le scuole hanno affrontato il problema da punti di vista diversi, quello sociologico partendo dal riconoscimento delle diverse forme di bullismo e facendo esempi concreti per far capire ai ragazzi che anche una parola detta male, una affermazione che può sembrare innocua, uno scherzo pesante possono trasformarsi in una tragedia per chi li subisce e che se reiterati nel tempo creano danni a volte irreparabili che in casi limite hanno portato anche al suicidio.


E poi dal punto di vista dei diritti che hanno i giovani, diritti tutelati dalla Convenzione mondiale ONU per i diritti dell’infanzia e l’adolescenza, promulgata nel 1989.
Alla fine, forse un piccolo risultato è giunto, quando l’incontro volgeva al termine, la classica domanda retorica “qualcuno ha qualcosa da dire, qualcosa da chiedere” nella convinzione che nella maggior parte dei casi si manifesta un fuggi fuggi generale, se non ci sono i docenti che “invitano” a prendere la parola.
Questa volta non è successo, una mano si è alzata tra la folla e un giovane è voluto intervenire e lo ha fatto una volta tanto per dire si ho assistito a episodi di bullismo a riprova che i fin dei conti queste manifestazioni a qualcosa sono servite.









