Il presepe ha una grammatica propria. Ogni simbolo autentico la possiede. Alcuni simboli non vanno usati. Vanno custoditi
di don Danilo D’Alessandro
Ogni anno, puntualmente, il presepe viene arruolato.
Non contemplato, non custodito, ma utilizzato. Diventa veicolo di messaggi sociali, politici, ideologici; un supporto simbolico sul quale proiettare urgenze, rivendicazioni, letture del presente. Tutto, tranne ciò per cui è nato.
Eppure il presepe non ha bisogno di essere “attualizzato”.
Non è un manifesto da correggere, né una lavagna su cui scrivere ciò che ci sta a cuore. È già, in sé, un linguaggio completo.
Andare alla radice della sua rappresentazione significa riconoscere che il presepe nasce come gesto contemplativo, non come strumento polemico. San Francesco non inventa il presepe per spiegare il mondo, ma per fermarlo. Per costringerlo a tacere davanti a un mistero che non si argomenta, ma si guarda.
Il presepe ha una grammatica propria.
Ogni simbolo autentico la possiede. Quando quella grammatica viene forzata, il simbolo non comunica di più: comunica altro. E spesso comunica meno.
Dal punto di vista filosofico, la distruzione dei simboli non avviene solo quando li si abbatte, ma anche quando li si svuota del loro significato originario. Un simbolo piegato a dire tutto, finisce per non dire più nulla. Diventa un contenitore indifferenziato, disponibile a qualsiasi lettura, quindi privo di autorità simbolica.
Sociologicamente, questo processo è tipico delle società che hanno perso il senso del limite. Dove nulla può semplicemente “essere”, tutto deve “servire”. Anche il sacro. Anche il presepe.
A rendere il quadro ancora più inquietante è il fatto che, talvolta, a favorire questa deriva non siano solo le pressioni culturali esterne, ma l’ignoranza o la superficialità di alcuni pastori, che si piegano a una logica apertamente antiliturgica. Una logica che confonde l’annuncio con l’adattamento, la misericordia con la resa, il dialogo con la cancellazione del linguaggio simbolico della Chiesa.
Basta osservare la cronaca recente per accorgersi di come, in nome di una presunta attualità o inclusività, si finisca per smontare i simboli, alterarli, caricarli di significati estranei, privandoli della loro forza propria. Ma la liturgia e i suoi segni non sono materiale pastorale grezzo da plasmare a piacimento: sono una eredità ricevuta, non un laboratorio sperimentale.
Il presepe non esclude nessuno proprio perché non si difende.
Non prende posizione perché è già una posizione radicale: Dio che si fa piccolo, inerme, silenzioso. È un simbolo che non ha bisogno di essere corretto dal presente, perché continua a interrogare ogni presente.
Forse, allora, la vera saggezza oggi è questa: lasciare stare il presepe.
Lasciarlo dire ciò che sa dire. Lasciarlo parlare con il suo linguaggio antico e potentissimo. Accettare che non tutto debba essere funzionale, militante, spiegabile.
Alcuni simboli non vanno usati. Vanno custoditi.
Perché quando smettiamo di piegarli alle nostre urgenze, sono loro a rimettere ordine nel nostro sguardo.










