Oggi non muore solo una diva francese: se ne va una parte dell’anima europea, la libertà fatta corpo che ci ha insegnato a vivere senza chiedere perdono
di Maurizio Bonanno
Come se un rumore di fondo, una musica lontana ma costante, si fosse spenta per sempre. Brigitte Bardot non c’è più. A 91 anni se ne va l’ultima vera dea laica del Novecento europeo, il mito nazionale capace, ancora oggi, di mettere d’accordo una nazione spesso divisa e litigiosa. B.B. era più di un’attrice, più di un’icona di bellezza: era un’epoca, un’idea di libertà, una ferita aperta e luminosa allo stesso tempo.
La sua morte, annunciata dalla Fondazione che porta il suo nome, chiude una parabola irripetibile. Fino all’ultimo aveva sfidato il tempo, la malattia, le fake news e perfino l’idea stessa di congedarsi dal mondo: “Non ho intenzione di congedarmi”, diceva solo poche settimane fa.
E in fondo è vero: Brigitte Bardot non se ne andrà mai davvero.
Non è solo la Francia a svegliarsi oggi più povera. È l’Europa intera che avverte un vuoto improvviso, come quando scompare una stella che orientava lo sguardo e l’immaginario di tutti. Brigitte Bardot non è stata soltanto un mito nazionale francese: è stata una figura fondativa della cultura europea del Novecento, un volto, un corpo e una coscienza che hanno attraversato confini, lingue e generazioni. La sua morte, a 91 anni, non è un lutto locale. È un addio collettivo.
B.B. apparteneva a tutti noi. Ai francesi, certo, che in lei hanno riconosciuto Marianne e l’anima ribelle della Repubblica. Ma anche agli italiani, che l’hanno amata forse più di chiunque altro fuori dalla Francia, e a un intero continente che, nel dopoguerra, cercava nuovi simboli di libertà, vitalità e rinascita. Bardot è stata europea nel senso più profondo: non per cittadinanza, ma per destino.
Nata a Parigi il 28 settembre 1934, figlia dell’alta borghesia, educata dalle suore, ballerina per vocazione, modella per destino, Brigitte entra nel cinema quasi per caso, ma lo travolge con una forza che nessuno aveva previsto. A quattordici anni è già davanti all’obiettivo; a diciotto sposa Roger Vadim; a ventidue incendia il grande schermo con Et Dieu… créa la femme. Non è solo la sensualità a sconvolgere il pubblico: è l’assenza di colpa, la naturalezza con cui il corpo diventa linguaggio, la sfrontatezza innocente di una donna che non chiede permesso. Con lei finisce un mondo e ne comincia un altro. B.B. è la risposta europea a Marilyn Monroe, ma anche qualcosa di diverso e forse di più inquietante. Non è la fragilità travestita da sorriso, bensì una vitalità animalesca, primitiva, che rompe i recinti morali del dopoguerra.
In Italia il suo mito attecchisce presto e profondamente. Il cinema italiano la accoglie come una sorella inquieta e irresistibile: è Poppea accanto ad Alberto Sordi in Mio figlio Nerone, è partner di Marcello Mastroianni, è presenza magnetica che dialoga con la nostra commedia, con il nostro gusto per l’eccesso e la passione. Gli italiani la guardano non solo come un’icona erotica, ma come una donna che rompe gli schemi, che vive senza filtri, che paga sulla propria pelle il prezzo della libertà. È amata, discussa, difesa, desiderata. E riconosciuta.
Brigitte Bardot arriva in un’Europa ancora segnata dalla guerra, dalla colpa e dalla paura. E lo fa con un corpo che non chiede scusa, con una sensualità priva di peccato, con una gioia istintiva che scandalizza e libera allo stesso tempo. Et Dieu… créa la femme non è solo un film: è un terremoto culturale. È la fine di una morale e l’inizio di un’altra. Non a caso saranno i giovani intellettuali europei, da Parigi a Roma, a capirla per primi. In lei vedono una risposta all’angoscia, all’esistenzialismo stanco, alla cupezza del dopoguerra. Bardot è vita che esplode.
Ma l’Europa ha amato anche la sua fragilità. I tentativi di suicidio, la maternità sofferta, la persecuzione mediatica, l’incapacità di proteggere la propria intimità: tutto questo ha reso Brigitte Bardot una figura tragica, quasi classica. Una donna divorata dal mito che lei stessa aveva creato, inseguita ovunque, incapace di sottrarsi allo sguardo del mondo. Non poteva essere solo bella: doveva essere eterna, disponibile, sempre desiderabile. E questo peso l’ha schiacciata.


La sua scelta di abbandonare il cinema a soli 38 anni resta uno dei gesti più radicali della storia culturale europea. Rinunciare alla celebrità nel momento del massimo splendore per dedicarsi agli animali non è stato un capriccio, ma una dichiarazione etica. Con la Fondation Brigitte Bardot, sostenuta anche da tantissimi donatori italiani, ha costruito un’altra forma di eredità: meno scintillante, ma forse ancora più duratura. Anche qui, amata e contestata, ha continuato a dividere, a provocare, a non passare mai inosservata.
Brigitte Bardot è stata un ponte: tra il cinema d’autore e quello popolare, tra l’Europa e l’America, tra la sensualità e l’impegno, tra la leggerezza e il dolore. Andy Warhol l’ha resa icona globale, Simone de Beauvoir l’ha letta come simbolo di emancipazione, Godard l’ha trasformata in materia cinematografica pura. L’America la consacra, Elvis la proclama “ottava meraviglia del mondo”. Milioni di spettatori europei – francesi, italiani, spagnoli, tedeschi – l’hanno semplicemente amata come si ama qualcosa che ci appartiene.
Eppure, dietro la luce abbagliante, l’ombra è sempre stata profonda. La vita privata di Brigitte Bardot è un campo di battaglia: amori divorati dall’esposizione mediatica, matrimoni falliti, una maternità mai davvero desiderata, tentativi di suicidio che raccontano un dolore autentico, mai spettacolarizzato: “I miei amori sono stati bruciati da una inumana bardolatria”, dirà con lucidità feroce. Non riusciva a respirare: nemmeno aprire una finestra, senza un fotografo appostato.
Il cinema, però, le regala anche riconoscimenti e vertici artistici: La verità di Clouzot, il David di Donatello, Vita privata di Louis Malle, Il disprezzo di Godard. Marianne, simbolo della Repubblica, prende il suo volto. De Gaulle paragona il suo impatto economico alle esportazioni Renault. È la Francia stessa, incarnata in un corpo libero e inquieto.
Figura controversa, mai addomesticata, capace di dichiarazioni scomode e di scelte divisive, Bardot resta fino all’ultimo fedele a se stessa. Non chiede di essere amata: chiede di essere vera. E lo è stata sempre, anche quando questo significava cadere, sbagliare, ferire e ferirsi.
Brigitte Bardot sognava una fattoria, animali intorno, come Biancaneve. Forse è così che dobbiamo immaginarla oggi: finalmente lontana dai flash, finalmente in pace, con i capelli al vento e lo sguardo fiero.
Oggi, mentre se ne va per sempre, non è solo una diva che salutiamo. È un pezzo della nostra memoria collettiva. È l’Europa che ritrova, nel lutto, una delle poche figure davvero condivise del suo immaginario. Brigitte Bardot è stata la bellezza che non chiedeva permesso, la libertà che faceva paura, la donna che ha osato vivere prima ancora di essere capita.
E forse per questo la piangiamo tutti. Perché in lei, ognuno di noi europei – e noi italiani in modo speciale – riconosce qualcosa di sé: il desiderio di vivere senza catene, anche quando il prezzo da pagare è altissimo.










