È morto nella sua Calabria, ma il suo nome resta legato ai tanti successi che ottenne a Firenze
di Maurizio Bonanno
La prima immagine che mi torna alla mente, oggi che Giancarlo Cauteruccio non c’è più, è una sera d’estate del 2007 a Vibo Valentia. Il cortile del Castello, la pietra antica che trattiene il calore del giorno, il silenzio carico di attesa. E poi Ornella Vanoni, la sua amica Ornella Vanoni, sola in scena, diretta da lui, a dare voce alle figure femminili del mito greco in “Femmina fuoco – le voci del mito”. Fu una serata memorabile, di quelle che restano impresse non solo per la qualità artistica, ma per la sensazione netta di assistere a qualcosa di irripetibile. In quel momento capii davvero chi fosse Giancarlo Cauteruccio: un uomo capace di trasformare un luogo, una città, una sera qualunque in un’esperienza collettiva, vibrante, necessaria.
Lo avevo conosciuto anni prima grazie al mio mestiere di giornalista. Io, appassionato di teatro e di cultura, certo in modo amatoriale, e lui già figura carismatica, mai banale, sempre capace di aprire prospettive inattese. La frequentazione era stata saltuaria, ma ogni incontro lasciava qualcosa. A Vibo Valentia, però, quel rapporto si fece più intenso. Grazie a Cauteruccio, Ornella Vanoni – che conosceva bene la città per averla frequentata negli anni d’oro delle tournée, quando faceva tappa al 501 hotel, che sotto la gestione Mancini era il buen ritiro di cantanti ed attori di passaggio in Calabria, e lì, io che allora ero di casa, l’avevo conosciuta – tornava questa volta non per riposarsi, ma per abitare la scena, guidata da uno sguardo registico rigoroso e visionario.

Quello spettacolo era uno degli appuntamenti più importanti del Festival Magna Grecia Teatro, creato da Cauteruccio stesso. Non era solo un cartellone di eventi: era un’idea precisa di teatro come motore culturale, come strumento capace di generare scintille, di rimettere in dialogo storia, mito, presente. Nel cortile del Castello di Vibo Valentia, quella sera, la parola antica si fece corpo, voce, emozione pura. E la mano di Cauteruccio era evidente: essenziale, profonda, rispettosa del testo ma audace nel modo di restituirlo al pubblico.
Ripensando oggi a quella serata, diventa naturale allargare lo sguardo a tutta la sua vita. Nato il 2 luglio 1946 a Marano Marchesato, in provincia di Cosenza, Giancarlo Cauteruccio era arrivato a Firenze a soli 19 anni, “migrante dal Sud al Nord”. Lì aveva vissuto per decenni, diventando uno dei protagonisti più originali della scena culturale cittadina e nazionale. Regista, attore, scenografo, artista della luce, ricercatore instancabile, agitatore culturale, tessitore di relazioni umane: “uno, nessuno e centomila”, come amava dire con ironia quando qualcuno cercava di definirlo.
Agli esordi aveva lavorato con i Litfiba nella mitica cantina di via dei Bardi, contribuendo a creare quell’immaginario sperimentale che ha segnato una stagione fondamentale della cultura fiorentina e italiana. Per lui il teatro e l’arte non erano mai intrattenimento fine a se stesso: dovevano dialogare con la città, con la politica, con la società, produrre metamorfosi attraverso la bellezza. E questo lo ha fatto per quasi cinquant’anni, sempre con la generosità di chi condivide i propri saperi, soprattutto con le giovani generazioni.

Anche negli ultimi mesi di vita, finché la malattia glielo ha permesso, ha continuato a guardare avanti, a immaginare nuovi progetti, a mantenere vivo il legame con gli amici fiorentini. Era consapevole che il tempo stesse accelerando, lo diceva con lucidità: il suo corpo, che lo aveva portato a fare “le cose più impossibili”, ora gli stava mandando segnali difficili da ignorare.
Tra i suoi ultimi lavori resta impressa la potente e commovente azione teatrale sulla spiaggia di Cutro nel 2023, un mese dopo il naufragio in cui morirono quasi cento migranti. Davanti al mare, tra i legni delle barche distrutte e circondato da artisti arrivati da tutta Italia, Cauteruccio mise in scena una sorta di messa laica, civile, necessaria. In quel gesto c’era tutto il suo teatro: senza confini, profondamente umano, radicalmente politico.
L’ultimo progetto lo ha voluto lasciare alla Calabria: da delegato alla cultura, musica e lirica del Comune di Rende ha lavorato fino all’ultimo alla Casa della Musica, pensata come polo lirico internazionale, residenza aperta ai giovani compositori, ai musicisti, alle scuole. Una grande piazza culturale, viva, condivisa. Esattamente come la immaginava lui.
Oggi, mentre il pensiero torna a quella sera del 2007 a Vibo Valentia, è chiaro che Giancarlo Cauteruccio non è stato solo un grande artista. È stato qualcuno capace di lasciare segni profondi nelle persone e nei luoghi, di accendere luci che continuano a brillare anche adesso che il sipario per lui si è chiuso.









