Nel tempo nel quale la forza della forza prevale sulla forza della legalità, chi procede pensando solo alla utilità propria non sente il dovere di giustificarsi
di Alberto Capria
C’era una volta il diritto internazionale; quell’insieme ordinato di norme valide e condivise – concepito nel 2° dopoguerra come strumento per mantenere la pace – che regolano la vita della comunità internazionale. Si diceva mai più guerre, sopraffazioni, dittature.
È ancora così? Il principio di autodeterminazione dei popoli è ancora universalmente valido e rispettato? E qual è il valore del diritto internazionale se i Cesari di turno lo calpestano proprio quando ce n’è più bisogno? Qual è oggi il valore del diritto di veto ONU quando tre dei cinque membri permanenti che possono esercitarlo (Cina, Russia e USA) si macchiano spesso di comportamenti internazionali censurabili?
Anche gli Stati Uniti, i gendarmi del “globo terracqueo”, che quantomeno provavano ad ammantare di legalità internazionale interventi controversi, oggi non avvertono alcun bisogno di giustificazioni, ancorché risibili.
Annoto una sintassi comune, disarmante ed allarmante, nel lessico dei paladini della democrazia a stelle e strisce – che considerano vitali i 50 milioni di barili di petrolio al giorno presi dal Venezuela, che dicono di voler ricondurre “anche con l’uso della forza i Paesi dell’America latina nella propria sfera di influenza” riesumando la vecchia dottrina Monroe di fine ‘800, per effetto della quale l’intero emisfero americano è di esclusiva competenza degli USA, che dichiarano di “prendere o comperare la Groenlandia perché è per loro strategica” – e quello che dice da tempo Putin dell’Ucraina (che, statene certi, varrà presto o tardi anche per altri Paesi dell’ex Unione Sovietica) o quello che non dicono, dato che parlano poco, Xi-Jinping per Taiwan e Netanyahu per Gaza.
Nel tempo nel quale la forza della forza prevale sulla forza della legalità, mettendo al centro il decisionista ed idolatrando l’uomo forte al comando, “appartenendo” e non “partecipando”, chi procede pensando solo alla utilità propria non sente il dovere di giustificarsi. Ed è proprio in questo tempo che il diritto internazionale diventa vitale
Dovremmo riflettere sul fatto che ogni forma di diritto, anche lo Ius Gentium (così viene definito il diritto internazionale) funziona solo se si concretizza quella che Max Weber definiva la “credenza nella validità”. Ha senso cioè se lo si ritenga da più parti valido, se coloro che sono chiamati a dargli esecuzione assolvano ai loro doveri, ricordino a se stessi ed a tutti noi quotidianamente il ruolo del diritto e facciano tutto ciò che è possibile – politicamente e giuridicamente – per osservarlo, farlo osservare e/o ripristinarlo.
In un mondo che – erroneamente – crede di poter fare a meno del diritto internazionale, compito dell’Europa sarebbe esattamente questo: esserne custode.
I vari governi degli Stati dell’Europa a 27 di qualsivoglia colore ed insieme ad essi la Commissione e l’Europarlamento, hanno l’obbligo di farlo: sic et simpliciter.
Ecco perché agli opinionisti/tuttologi di turno che continuano a dire che “il diritto internazionale è morto”, bisogna rispondere “Viva il diritto internazionale”.
Toglieremmo così un argomento di giustificazione – risibile – ai prepotenti di turno e contribuiremmo – civilmente – a responsabilizzare coloro che dovrebbero essere i protagonisti del ricollocamento del Diritto delle Genti al centro del dibattito politico mondiale. Anche senza chiudere le basi americane, uscire dalla Nato o…”assaltare i Mc Donald’s”.
Parli la politica, quella alta, opponendosi ad un nuovo Cesarismo: Europe, do something!










