Modeste riflessioni dopo l’approvazione all’unanimità del documento da parte del consiglio provinciale
L’approvazione all’unanimità da parte del Consiglio Provinciale di Vibo Valentia dell’indirizzo politico favorevole alla delocalizzazione dei depositi costieri di Vibo Marina rappresenta l’ennesimo atto di una politica che preferisce l’applauso facile alla responsabilità, lo slogan alla concretezza, l’illusione alla verità.
Una scelta che, più che un progetto, appare come un esercizio di populismo istituzionale, buono per i comunicati stampa e per alimentare aspettative nella popolazione, ma totalmente privo di fondamenta operative.
E se oggi questa illusione collettiva prende forma e si diffonde, il primo e principale responsabile politico ha un nome e un cognome: il sindaco Romeo.
È stato lui, per primo, a lanciare il tema della delocalizzazione come se fosse un obiettivo a portata di mano, come se bastasse dichiararlo per renderlo possibile. Un annuncio reiterato nel tempo, mai accompagnato da una spiegazione seria e onesta su tempi, modalità, costi, conseguenze sociali ed economiche. Mai un cronoprogramma. Mai una stima finanziaria. Mai un chiarimento su chi dovrebbe sostenere l’investimento e con quali strumenti. Mai, soprattutto, una parola chiara sul destino dei lavoratori.
Da quel momento in poi, il resto della classe politica vibonese ha scelto la strada più comoda: accodarsi, ratificare, applaudire. L’unanimità del Consiglio Provinciale, ultimo in ordine di apparizione, non è segno di forza, ma di assenza di pensiero critico, di rinuncia al dovere di porre domande scomode ma necessarie.
Perché la verità, che nessuno ha il coraggio di dire ai cittadini, è che la delocalizzazione dei depositi costieri non è uno slogan, ma un’operazione complessa, lunghissima e costosissima. Richiede studi tecnici, valutazioni ambientali, bonifiche, nuove infrastrutture, autorizzazioni ministeriali, risorse economiche enormi. Eppure nessuno spiega se queste risorse esistono, dove dovrebbero essere reperite, se lo Stato è disponibile a intervenire, se l’operazione sia davvero sostenibile.
Nel frattempo, però, si alimenta il mito di un futuro turistico imminente, di investitori pronti a sbarcare, di uno sviluppo che sembra solo in attesa di essere liberato. Tutto quantomeno profondamente ingannevole.
Questa superficialità è resa ancora più evidente dal fatto che non è stato fatto alcuno sforzo per chiarire quale sarà il destino dei lavoratori dell’industria attuale. Chi garantirà tutele occupazionali nel passaggio da un’attività industriale consolidata a un modello turistico tutto da costruire?
La politica tace su questo aspetto, come se la dignità del lavoro non fosse parte integrante dello sviluppo. Un insulto a quelle famiglie che ogni mattina pagano mutui, mandano figli a scuola e sostengono la fragile economia locale proprio con il loro stipendio. Eppure questi lavoratori non sono un ostacolo, non sono “il nemico dello sviluppo”: sono una parte fondamentale dell’economia locale, famiglie che vivono di stipendi certi in un territorio già povero di opportunità.
Ignorare questo aspetto significa dimostrare una pericolosa distanza dalla realtà sociale.
E ancora: se un imprenditore locale ha investito oltre 6 milioni di euro — e che rischia di vedere arenato il suo progetto da 27 milioni di euro per un resort con 300 posti barca proprio per l’incertezza legata alla permanenza dei depositi — perché non si è voluto elaborare un piano condiviso con chi ha reali progetti di crescita?
Gli esponenti politici parlano di “visioni” e di “nuove prospettive”, ma continuano a guardare la realtà come se fosse uno specchio in cui si riflettono solo speranze, ignorando l’orizzonte concreto dei dossier burocratici, dei permessi, dei vincoli ambientali e delle normative di sicurezza che non si cancellano con un voto in Aula.
Le speranze che oggi si stanno diffondendo tra i cittadini rischiano di trasformarsi domani in frustrazione e rabbia.
In definitiva, ciò che emerge è una politica vibonese incapace di distinguere tra desiderio e fattibilità, tra propaganda e governo.
E adesso, con il sindaco Romeo, che per primo ha acceso il faro su questa vicenda, anche i consiglieri provinciali con il loro voto condividono, senza mai fornire elementi concreti, una responsabilità politica pesantissima nella costruzione di una narrazione che rischia di crollare sotto il peso dei fatti.
La delocalizzazione, se mai avverrà, non sarà il risultato di proclami o voti unanimi, ma di competenza, rigore, verità e coraggio politico. Tutte qualità che, fino a oggi, sono rimaste fuori dal dibattito pubblico.
In questo clima, non sorprende che l’entusiasmo popolare si stia trasformando in una illusione di sviluppo, più che in una strategia concreta. Perché non bastano voti unanimi, comunicati stampa o slogan: servono dati, progetti, fondi, competenze tecniche e un cronoprogramma credibile.
Finché la politica vibonese continuerà ad affidarsi alle parole e ai proclami, resterà lontana dai problemi reali e dalle vere soluzioni. La delocalizzazione non è un punto di arrivo, ma un processo complesso che richiede rigore, responsabilità e concretezza.
È il momento che i nostri amministratori smettano di consegnare illusioni alla comunità e inizino veramente a governare: con fatti, numeri e prospettive realizzabili.








