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Harry: non è un ciclone, non è un uragano. Abituiamoci a convivere con i medicane

Harry: non è un ciclone, non è un uragano. Abituiamoci a convivere con i medicane

da Maurizio
25 Gennaio 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 6 minuti
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Nostra intervista al docente di Ecologia Silvio Greco sul nuovo fenomeno meteorologico esploso nel Mediterraneo

di Maurizio Bonanno

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Quanto vissuto in questi giorni tra Calabria Sicilia e Sardegna e stato battezzato Ciclone Harry, qualcuno ha paralto di uragano, ma in realtà si tratta di un nuovo fenomeno che si è generato nel Mediterraneo. Questo perché gli uragani nascono si oceani molto caldi, hanno una struttura completamente tropicale, condizioni che non si verificano pienamente in quello che gli antichi chiamavano Mare Nostrum.

Per identificarlo, in meteorologia è stato coniato il terno di “Medicane”.Medicane è la contrazione di MEDIterranean hurriCANE, un termine tecnico-descrittivo che non una classificazione scientifica formale; anzi, in modo più rigoroso, nei paper scientifici lo possiamo trovare anche Tropical-like cyclones (TLCs), oppure Mediterranean tropical-like cyclonesI medicane hanno occhio e simmetria simili a un uragano, ma spesso nascono da depressioni extratropicali e sono più piccoli e meno longevi.

Ciò non riduce i pericoli connessi all’evento meteorologico, al contrario impone a ciascuno di noi, ognuno nel proprio ruolo – da semplice cittadino a persona con responsabilità politiche, amministrative, sociali – la necessità di comprendere per prepararsi e sapere come agir.Ne abbiamo parlato con Silvio Greco, tra i maggiori esperti, Ordinario di Ecologia e vice presidente della Stazione Zoologica Anton Dohm.

La prima riflessione è legata all’emergenza che le amministrazioni locali hanno dovuto affrontare dinanzi a questo nuovo e terrbile evento meteorologico.

Silvio Greco spiega che innanzitutto, le amministrazioni locali, dopo un evento come il medicane Harry, devono agire su due piani: “migliorare subito la gestione dell’emergenza e, soprattutto, cambiare il modo in cui si pianifica il territorio e ci si adatta alla crisi climatica, non limitandosi alla “ricostruzione com’era e dov’era”.

Cosa deve fare subito un sindaco, nella fase di emergenza e nel post-evento?“

Aggiornare e applicare il Piano comunale di protezione civile con una sezione specifica per “eventi meteo estremi/mareggiate/medicane”, definendo ruoli, procedure di allerta, evacuazione, chiusura strade e lungomari, uso delle aree di attesa e di accoglienza. Attivare tempestivamente il COC (Centro Operativo Comunale) e un canale di comunicazione chiaro (sms, app, social, altoparlanti, radio locali) con messaggi comprensibili su cosa fare, dove andare, cosa evitare (sottopassi, argini, lungomari, corsi d’acqua). Emettere ordinanze immediate di chiusura di lungomari, ponti e tratti di costa esposti, con eventuale evacuazione preventiva di abitazioni e attività collocate in aree a forte rischio di mareggiata, esondazione o frana”.

Quindi: “Fare una ricognizione tecnica rapida dei danni a infrastrutture strategiche (ospedali, scuole, depuratori, stazioni, ponti, argini, muri paraonde) per capire dove intervenire prima, anche con ordinanze di inagibilità e messa in sicurezza. Documentare in modo rigoroso i danni (foto georeferenziate, schede di rilievo, stime economiche) per richiedere lo stato di emergenza e per vincolare i futuri fondi alla riduzione del rischio e non alla sola riparazione”.

Il punto è ormai, a giudizio del docente di Ecologia, che non è più consentito considerare Harry un “evento eccezionale” ma un segnale di una nuova normalità in un Mediterraneo più caldo e più energetico, in cui mareggiate estreme ed episodi di vento/onda fuori scala diventeranno più frequenti”.

E, dunque: “Non ricostruire lungomari, strade costiere, bar, stabilimenti e muretti “come prima” sulle stesse linee di costa che sono state erose o distrutte, perché così si condanna il territorio a subire lo stesso impatto ad ogni nuovo ciclone. E non tollerare più abusivismo edilizio e infrastrutture precarie su demanio marittimo, foci di torrenti, letti di fiumare e zone a pericolosità idraulica elevata, dove in Calabria una quota significativa di case e manufatti è fuori legge”.

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Un altro avvertimento Silvio Greco rivolge agli amministratori: “Non usare i fondi emergenziali per opere che aumentano il rischio (nuovo cemento vicino alla linea di riva, restringimento dell’arenile, canalizzazioni rigide) invece di finanziare arretramenti, rinaturalizzazioni, difese morbide”.Insomma, il quadro che viene descritto porta inevitabilmente a nuove proposte operative per quanto riguarda l’attività sulla costa (lungomari, spiagge, arenili).

Quali? Silvio Greco risponde senza esitazioni.“Introdurre, nei Piani regolatori e nei Piani comunali di spiaggia, una fascia di arretramento obbligatorio dalla linea di costa per nuove costruzioni e per la ricostruzione di strutture danneggiate, con divieto di edificare in prima linea nelle aree già erose”.

Ed ancora: programmare interventi di “difesa morbida”: ripascimenti mirati, dune artificiali e naturali, barriere sommerse ecocompatibili, ricostituzione di sistemi dunali e vegetazione costiera (tamerici, ginepri, ecc.) che assorbono l’energia delle onde”.

Greco insiste sulla necessità di: “Coordinarsi a livello di area vasta (Unione di Comuni, Città metropolitana, Regione) per evitare che un comune costruisca opere rigide (pennelli, scogliere) che spostano l’erosione sul comune vicino, come già avvenuto in diversi tratti della costa ionica. Integrare nei piani locali le ZSC/ZPS costiere e le aree Natura 2000, usando la loro tutela come base per progetti di adattamento “nature based” che sfruttano habitat naturali come barriera alle mareggiate.

Per meglio comprendere, chiediamo al vice presidente della Stazione Zoologica Anton Dohn di farci un esempio concreto, pensando da un lungomare danneggiato.

Silvio Grecco accetta l’invito e spiega: “Invece di rifare il lungomare esattamente dove l’onda lo ha divelto, il comune può arretrare la carreggiata di alcune decine di metri, creare una fascia verde allagabile con dune e vegetazione, realizzare solo percorsi pedonali leggeri in prossimità dell’arenile e predisporre vie di fuga ben segnalate.

Proposte operative su città, fiumi e fiumare?

Adottare un Piano urbano di adattamento climatico (anche intercomunale), in coerenza con il Piano nazionale di adattamento, che definisca misure su drenaggio urbano, ondate di calore, allagamenti e mareggiate; oggi meno della metà dei comuni italiani ha strumenti di questo tipo. Rinaturalizzare sponde di torrenti e fiumare (rimuovendo cementificazioni inutili, ampliando le sezioni di deflusso, recuperando aree di laminazione) per ridurre il rischio di esondazione durante i nubifragi associati ai medicanes. Potenziare e separare reti fognarie e pluviali, creare vasche di laminazione e sistemi di drenaggio urbano sostenibile (trincee drenanti, giardini della pioggia, aree permeabili) per gestire rovesci concentrati in poche ore. Aggiornare la mappatura comunale delle aree a rischio idraulico e da frana utilizzando i dati meteomarini più recenti e gli scenari climatici regionali, e vincolare le scelte urbanistiche a queste carte (stop a nuove edificazioni nelle zone rosse).

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Harry, è l’annuncio, anzi la “prova provata” che il cambiamento climatico in atto sulla Terrra è una realtà concreta e già presente e che da questo momento dovremo cominciare a saper convivere con questa nuova realtà rinnovando la nostra governance, rendere concreta ed operativa la nostra partecipazione di cittadini attiva, a prescindere dal ruolo sociale di ciascuno; dare forza ad una cultura che tenga contro della crisi climatica.

Al di là di tante parole – che non mancheranno e che si sprecheranno, aggiungiamo noi un po’ sconsolati – abbiamo il dovere di prenderne atto e pretendere da chi amministra senso della realtà e operatività. Certo, abbiamo il dovere di provarci, ma.. da dove cominciare?

Ci affidiamo ancora ai consigli di Silvio Greco, che indica cosa fare a partire da adesso: “Vincolare esplicitamente, nei regolamenti comunali e nelle delibere, l’uso dei fondi (PNRR, fondi europei 2021 2027, risorse regionali) all’adozione di piani di adattamento, come proposto anche da Legambiente per evitare una programmazione frammentata. Costruire un tavolo permanente “città clima” con tecnici, università, comitati di cittadini, categorie economiche e associazioni ambientaliste, per monitorare l’attuazione delle misure e co progettare gli interventi sulla costa e sui corsi d’acqua. Introdurre campagne annuali di informazione nelle scuole e nei quartieri su cosa sono medicanes e mareggiate estreme, come leggere le allerte, cosa fare in caso di allagamenti e mare in tempesta, in modo da trasformare la paura in consapevolezza.

Perché Harry non è stato un ciclone. Non era un uragano. Harry ha annunciato l’ingresso nel Mediterraneo di un nuovo fenomeno meteorologico con il quale dovremo fare i conti, piaccia o non piaccia.

Harry è un Medicane e sarà di casa nel Mediterraneo.

Tags: cicloneCiclone Harryecologiamediterraneometeouragano

Maurizio

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