La democrazia non vive di spontaneità: vive di regole, responsabilità e fiducia reciproca. Difenderle significa difendere noi stessi
di Domenico Nardo
La democrazia, nel suo significato più profondo, è un ideale assoluto: il governo del popolo, per il popolo, attraverso il popolo. Ma proprio perché è un ideale, non può essere pienamente realizzato dall’uomo, creatura inevitabilmente imperfetta. Nessun concetto assoluto – né la giustizia perfetta, né la libertà totale, né l’amore puro – può essere incarnato da esseri umani che vivono nel limite e nella fragilità.
Se l’amore assoluto ha potuto manifestarsi in Gesù perché era Dio, la democrazia non può raggiungere quella stessa perfezione: è affidata a mani che sbagliano, a menti che fraintendono, a cuori che talvolta cedono all’egoismo. Per questo ogni comunità ha bisogno di regole, e queste regole non saranno mai perfette, perché create e applicate da uomini imperfetti.
Eppure non esistono alternative migliori. Anche Dio, consegnando i Dieci Comandamenti, ha riconosciuto che l’uomo necessita di una guida. Senza norme condivise, la convivenza si sgretola e il confine tra democrazia e disordine diventa sottile come quello tra equilibrio e follia.
Uno Stato credibile deve dimostrare autorevolezza attraverso le sue istituzioni e la capacità di far rispettare le leggi. Non per opprimere, ma per proteggere. Non per dominare, ma per garantire che la libertà di uno non diventi la prigione dell’altro. La democrazia non vive di spontaneità: vive di responsabilità.
Le regole non sono un limite alla democrazia, ma la sua condizione di esistenza. Senza responsabilità e senza un’autorità riconosciuta che le faccia rispettare, la democrazia si dissolve in un’apparenza caotica. In una democrazia autentica, le norme nascono dal popolo attraverso i suoi rappresentanti, ma richiedono istituzioni solide, trasparenti, coerenti. Non basta scrivere una legge: occorre farla vivere.
Il rispetto delle regole non è obbedienza passiva, ma fiducia reciproca: il cittadino si fida dello Stato, e lo Stato si fida del cittadino. Quando questa fiducia si incrina, la democrazia perde consistenza e il disordine si insinua con facilità.
La democrazia, allora, non è un traguardo, ma un cammino. È fragile, esigente, mai compiuta. La sua forza non sta nella perfezione, ma nella capacità di correggersi. E il suo destino dipende da una scelta semplice e decisiva: difendere le regole che la rendono possibile, oppure lasciarla scivolare nel disordine che la cancella.










