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Giorgio Gaber, un genio tra musica e teatro. Libertà, dubbio e appartenenza in un tempo conformista

Giorgio Gaber, un genio tra musica e teatro. Libertà, dubbio e appartenenza in un tempo conformista

da Maurizio
3 Febbraio 2026
in eventi, opinioni
Tempo di lettura: 6 minuti
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Questa mattina a Palazzo Luigi Razza la conferenza stampa di presentazione dell’evento in programma venerdì 6 febbraio nella sede della Camera di Commercio al Valentianum

di Maurizio Bonanno

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È in programma questa mattina alle ore 12.00 nella Sala Giunta di Palazzo Luigi Razza, alla presenza del sindaco Enzo Romeo e degli organizzatori del CDASP, (Circolo Dipendenti Azienda Sanitaria Provinciale di Vibo Valentia) la conferenza stampa di presentazione dell’incontro-evento: “Giorgio Gaber. Un genio tra musica e teatro”, in programma il prossimo 6 febbraio presso la Sala della Camera di Commercio di Vibo Valentia.

Nel corso della conferenza stampa verranno illustrati i contenuti dell’iniziativa, le finalità culturali dell’evento che gli organizzatori hanno voluto che fossi io a condurlo con gli ospiti Paolo Del Bon Presidente della Fondazione Gaber, e Antonietta Santacroce, Direttrice artistica del Teatro Politeama di Catanzaro.

Pongo all’attenzione dei nostri lettori i miei pensieri, quelli che mi hanno portato ad accettare, sentendomi onorato, questo prestigioso compito.

Gaber 6 febbraio

Parlare di Giorgio Gaber, qui a Vibo Valentia, non significa celebrare un’icona della musica o del teatro. Significa piuttosto misurarsi con una coscienza critica che continua a interrogare il nostro presente.

Io mi definisco un liberale, un libertario.
Non un anarchico come Gaber, o almeno non fino in fondo. Ma libertario sì, nel senso più semplice e meno ideologico del termine: insofferente verso le verità imposte, diffidente verso i dogmi, poco incline a consegnare il proprio pensiero a qualsiasi omologazione organizzata.

È anche per questo che Gaber non l’ho mai sentito come “mio” in senso politico. E forse è proprio questo il modo migliore per ammirarlo.

Giorgio Gaberscik (questo il suo vero nome) è stato un artista profondamente libero e per questo inevitabilmente scomodo.
Un libertario che ha attraversato la stagione del Sessantotto e del post-Sessantotto senza mai farsi ingabbiare dal linguaggio della militanza. Un uomo che ha creduto nella partecipazione sociale, ma che ha sempre rifiutato l’obbedienza ideologica.

Gaber insegnava a «non credere negli idoli: il mercato, il conformismo, le ideologie, la religione interessata» e, nello stesso tempo, proponeva un umanesimo nuovo, fatto di responsabilità individuale, capacità di amare, libertà e appartenenza. Una fede laica, a suo modo persino mistica, ma mai rassicurante.

Non a caso amava definirsi un “filosofo ignorante”.
Un pensatore senza sistema, un uomo del dubbio. Un apota, avrebbe detto Prezzolini: uno che non beve tutto quello che gli viene offerto. Gaber non cercava certezze, ma crepe. Non risposte definitive, ma domande giuste.

Questo lo ha portato, negli ultimi anni, a prendere atto di qualcosa che molti preferivano non vedere: l’avanzata del conformismo, della massificazione, di un progressismo ridotto spesso a rituale vuoto; tendente ad una conservazione più ortodossa dei tradizionali conservatori.
Non diventò per questo un reazionario. Né un cinico. Semplicemente, smise di fingere.

E qui sta il punto che sento più vicino: Gaber non ha mai difeso un campo per principio.
Non difese la sinistra, tantomeno difese la destra. E quando la sinistra – quella che lo aveva considerato “suo” – si accorse del pensiero autentico di Gaber e smise di riconoscerlo, lui non cercò mediazioni. Accettò il prezzo dell’isolamento.

In Destra-Sinistra ridicolizza una contrapposizione ormai svuotata, fatta di automatismi e simboli banali: «La doccia è di sinistra, il bagno nella vasca è di destra…», ma subito dopo affonda il colpo più serio: «L’ideologia, l’ideologia, malgrado tutto credo ancora che ci sia… è la passione, l’ossessione della tua diversità».

Non è una difesa delle vecchie ideologie di destra e sinistra, né una sua negazione. È un atto di accusa verso il pensiero pigro, qualunque sia la sua provenienza.

Gaber era un uomo profondamente italiano.
E anche quando, nel suo ultimo periodo, afferma «Io non mi sento italiano», non sta rinnegando il Paese, ma addirittura ne sottolinea l’elemento identitario separando l’Italia reale dalla sua rappresentazione degradata. Perché subito aggiunge, con la sua consueta onestà: «Per fortuna o purtroppo lo sono».

In quel testo c’è un giudizio severo sul presente, ma anche la consapevolezza che la storia d’Italia non si esaurisce nell’attualità. L’Italia, dice Gaber, “è ancora tutta da fare”. E se è ancora da fare, allora non è perduta.

Un altro tema centrale è quello dell’appartenenza.
Gaber non era un capo-popolo, né un solitario narcisista. La sua idea di appartenenza non ha nulla a che vedere con la massa o con il consenso cieco: «L’appartenenza non è un insieme di persone… l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé».

È un sentimento fragile e potente insieme, che nasce dalla condivisione, non dalla quantità. Un’idea di comunità che rifiuta la violenza, l’omologazione, l’odio identitario.

Gaber è stato, in fondo, un nostalgico delle belle idee. Un critico severo dei poteri – soprattutto di quello catalogato secondo schemi novecenteschi – ma anche del cittadino comune quando rinuncia alla propria responsabilità.
Aveva una dote rarissima: sapeva lamentarsi con eleganza. Bastonava tutti, senza risparmiare nessuno. Nemmeno se stesso.

Per questo oggi non lo si può usare come bandiera.
Gaber non si presta alla retorica, non consola, non assolve. Sta dall’altra parte. Sta dalla sua parte. Che è poi la parte di chi non ama i vangeli moderni, le risposte facili, le appartenenze obbligatorie.

E forse è proprio per questo che, a distanza di anni, Giorgio Gaber continua a parlarci.
Non perché avesse sempre ragione, ma perché non ha mai rinunciato al pensiero libero. E in tempi di conformismo diffuso, questa resta una forma altissima – e sempre scomoda – di libertà.

Giorgio Gaber non ci ha lasciato un’eredità comoda. Non ci ha consegnato un pensiero da ripetere, né una parte da difendere. Ci ha lasciato qualcosa di più difficile: un’inquietudine.

Un’inquietudine che nasce quando smetti di credere negli idoli, ma non vuoi rinunciare a credere negli uomini. Quando non ti riconosci più nei linguaggi dominanti, ma non per questo smetti di sentirti parte di qualcosa. Quando ti accorgi che la libertà non è stare contro tutti, ma avere il coraggio di stare da soli, se necessario.

Gaber sapeva che il prezzo della libertà può essere l’isolamento. Eppure non ha mai smesso di parlare di appartenenza. Perché, come diceva lui, «l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé».
Ed è forse questo il suo lascito più profondo: ricordarci che si può essere liberi senza essere cinici, critici senza essere distruttivi, soli senza essere indifferenti.

Io non ho le sue certezze, né il suo radicalismo. Ma come libertario, e come cittadino, liberale, riconosco in Gaber una voce che continua a chiedermi conto delle mie scelte, delle mie rinunce, dei miei silenzi.

In un tempo che ci chiede continuamente di schierarci, Gaber ci chiede di pensare. In un tempo che ci spinge a urlare, Gaber ci invita a sentire. E in un tempo che confonde l’appartenenza con la massa, ci ricorda che essere parte di qualcosa significa, prima di tutto, restare vivi.

Ecco perché, qui a Vibo Valentia, non ci stiamo preparando a celebrare un mito.
Inviteremo ad ascoltare una coscienza. E forse, per un momento, proveremo anche noi – come il Signor G – a non sentirci del tutto a nostro agio.
Perché è solo da lì che può nascere, ancora, un’idea autentica di libertà.

Tags: anarchicoeventogiorgio gaberliberalelibertariomusicateatrovalentianum

Maurizio

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