Lo scioglimento del Consiglio comunale di Tropea per infiltrazioni mafiose impone una riflessione dura: senza istituzioni solide, nemmeno la bellezza è un argine
La sentenza del Consiglio di Stato che conferma lo scioglimento del Consiglio comunale di Tropea per infiltrazioni mafiose chiude una vicenda giudiziaria, ma apre una ferita profonda nella coscienza civile della città, una ferita profonda per una città il cui nome, da decenni, è sinonimo di bellezza, accoglienza ed eccellenza turistica nel mondo. A questo punto, non c’è più spazio per i distinguo, per le minimizzazioni, per le letture indulgenti: lo Stato ha stabilito che l’ente comunale non era sufficientemente impermeabile alla pressione della criminalità organizzata. Ed è questo, prima ancora di ogni responsabilità individuale, il dato che deve far riflettere.
Tropea non è un Comune qualsiasi. È un simbolo. È il nome che la Calabria mostra al mondo quando vuole raccontarsi bella, vincente, desiderabile. Proprio per questo il danno è doppio: istituzionale e d’immagine. Perché quando anche una città vetrina finisce sotto scioglimento per mafia, il messaggio che passa è devastante. Nessun luogo è davvero al sicuro se la vigilanza si abbassa, se l’amministrazione diventa fragile, se le relazioni contano più delle regole.
I giudici amministrativi hanno ritenuto infondate tutte le censure sollevate contro la decisione del TAR Lazio, ribadendo che il provvedimento di scioglimento risponde a una funzione cautelare e preventiva: interrompere situazioni di condizionamento dell’azione amministrativa da parte della criminalità organizzata. Una funzione che – sottolinea il Consiglio di Stato – non ha natura punitiva e non richiede l’accertamento di responsabilità penali individuali, potendo fondarsi su un complesso di elementi indiziari concreti, univoci e rilevanti.
Secondo quanto ricostruito nella sentenza, assumono particolare rilievo i rapporti di parentela tra alcuni amministratori comunali e figure apicali della criminalità organizzata locale, nonché il sostegno elettorale che sarebbe stato assicurato a una lista candidata alle elezioni comunali. Elementi che, pur non integrando di per sé una prova di illecito penale, risultano sintomatici se letti nel contesto complessivo dell’azione amministrativa.
Lo scioglimento non è una punizione, ma una misura di difesa dello Stato. Non serve dimostrare un reato, basta accertare un contesto. E quel contesto – fatto di parentele ingombranti, sostegni elettorali sospetti, affidamenti opachi, controlli mancati e gestione disinvolta della cosa pubblica – è stato ritenuto reale, concreto, pericoloso. Sarebbe comodo provare a smontare il quadro pezzo per pezzo, come se ogni singola anomalia potesse essere spiegata, giustificata, archiviata. Ma è proprio l’insieme che condanna. È la somma delle disfunzioni a raccontare un’amministrazione che, per i giudici, non ha saputo – o voluto – alzare un argine credibile contro l’invadenza criminale.
Fa impressione, poi, l’argomento del “troppo tardi”, dello scioglimento arrivato a ridosso delle elezioni. Come se il voto fosse una sorta di lavacro capace di cancellare tutto. La realtà è un’altra, ed è più scomoda: la ’ndrangheta non va alle urne, ma resta negli uffici, nei rapporti, nelle consuetudini. Cambiare i nomi non basta, se i meccanismi restano gli stessi.
Sul piano procedurale, Palazzo Spada ha accolto l’eccezione di difetto di legittimazione passiva della Presidenza della Repubblica, chiarendo che il Capo dello Stato interviene con un potere di garanzia e controllo costituzionale, mentre l’atto effettivamente impugnabile resta la deliberazione del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero dell’Interno. Per questo motivo, la Presidenza della Repubblica è stata estromessa dal giudizio.
Con la decisione finale, il Consiglio di Stato ha confermato integralmente la sentenza di primo grado e condannato gli appellanti al pagamento delle spese processuali del secondo grado, liquidate complessivamente in 8 mila euro. Disposto anche l’oscuramento delle generalità delle persone fisiche citate, a tutela dei loro diritti e della dignità personale.
Ora Tropea resta commissariata, e lo resterà fino alle prossime elezioni. Non è un’umiliazione, ma una resa dei conti. Un tempo sospeso che dovrebbe servire a ripristinare legalità, trasparenza, autorevolezza istituzionale. Perché il vero rischio non è lo scioglimento, ma l’abitudine allo scioglimento. L’idea che sia un incidente di percorso, un prezzo da pagare e poi dimenticare.
La bellezza di Tropea non è in discussione. Ma la bellezza, da sola, non salva una città. Senza istituzioni credibili, senza una rottura netta con ogni ambiguità, anche la cartolina più perfetta finisce per sbiadire. E questa, per la Calabria, è una sconfitta che non ci si può più permettere.











