Alcune riflessioni confrontando la situazione calabrese con quanto accadde in Emilia Romagna secondo la ricostruzione del quotidiano nazionale Il Resto del Carlino
di Patrizia Venturino
In Calabria la sanità è ancora commissariata, da più parti, soprattutto dall’opposizione di centrosinistra, si punta il dito su una malagestione delle risorse, sia umane che finanziarie, esiste il problema della mancanza di medici, di infermieri, dei pochi bandi in molte ASP, delle liste d’attesa troppo lunghe che costringono i cittadini o a rivolgersi a strutture private con notevoli costi personali, o ad emigrare per ottenere le stesse prestazioni altrove.
Ma è vero che la Calabria è la maglia nera tra tutte le regioni in materia di sanità pubblica?
Un articolo apparso sul Resto del Carlino proprio ieri, la fa sembrare in buona, se non ottima compagnia, per lo meno per quanto riguarda le liste d’attesa.
Nel pezzo dal titolo “Liste d’attesa, il dato sconvolgente: quasi 900 mila persone rinunciano alle cure: ecco perché”, l’autore stigmatizza come “In Emilia-Romagna il diritto alla cura è sempre più spesso messo alla prova da fattori economici e organizzativi. Nel corso del 2025, ben 893 mila cittadini hanno rinunciato a visite, esami o trattamenti sanitari, spinti dai costi troppo elevati o dai tempi d’attesa eccessivamente lunghi del sistema pubblico. È il dato più allarmante che emerge dall’indagine commissionata da Facile.it all’istituto Up Research, che restituisce l’immagine di una regione dove l’accesso alle cure non è più garantito in modo uniforme.
A pesare in modo significativo è il fenomeno delle cosiddette “liste d’attesa chiuse”: oltre un paziente su due ha dichiarato di essersi trovato almeno una volta nell’impossibilità di prenotare la prestazione richiesta. Questa condizione ha spinto molti cittadini a rivolgersi alla sanità privata, nonostante i costi spesso elevati. Secondo l’indagine, nel 2025 il 70% dei pazienti ha fatto ricorso almeno una volta al regime di solvenza, con una spesa media di 450 euro per prestazione.
Leggendo ancora l’articolo, si scopre che: Per far fronte a queste spese, quasi 90 mila persone hanno chiesto un prestito personale, rivolgendosi a finanziarie, amici o parenti. “Il credito al consumo è uno strumento importante che può aiutare le famiglie ad affrontare con maggiore serenità alcune spese rilevanti, e magari impreviste, come possono essere quelle per le cure mediche quando ci si rivolge alla sanità privata — spiegano gli esperti di facile.it — Dilazionare il pagamento consente di alleggerire l’impatto sui budget mensili senza dover rimandare, o peggio rinunciare, a visite, esami o cure per patologie che, se trascurate, potrebbero peggiorare”.
L’osservatorio congiunto Facile.it–Prestiti.it evidenzia che i prestiti per spese mediche hanno rappresentato quasi il 4% del totale delle richieste in regione, con un importo medio di 5.700 euro e una rata mensile media di 124 euro da restituire in 53 rate. I richiedenti avevano in media poco meno di 46 anni, più elevata rispetto alla media dei richiedenti prestiti in Emilia-Romagna, e il 28% aveva un’età compresa tra 55 e 64 anni. Il 47% delle richieste proveniva da donne, a dimostrazione che il fenomeno colpisce in misura significativa anche il pubblico femminile.
Il quadro delineato dall’indagine fotografa una realtà complessa, in cui la sanità pubblica, nonostante gli sforzi, lascia scoperti segmenti di popolazione che si rivolgono al privato o al credito per garantire le cure necessarie. Le istituzioni e i professionisti del settore devono tenere conto di questa emergenza silenziosa, intervenendo per ridurre le disuguaglianze e migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie, senza costringere i cittadini a rinunce o indebitamenti. Le difficoltà economiche e organizzative restano una sfida centrale per il sistema sanitario regionale, con un messaggio chiaro: senza interventi mirati, il diritto alla salute rischia di diventare un privilegio, più che un diritto universale”.
Dunque, dall’Emilia Romagna, Regione che vanterebbe eccellenze amministrative, arrivano notizie di questo tenore!
Il punto è che il SSN è un sistema complesso che comprende strutture e servizi sanitari, con l’obiettivo di garantire a tutti i cittadini l’accesso equo alle prestazioni sanitarie. Le responsabilità sono ripartite tra lo Stato centrale e le Regioni. Lo Stato stabilisce i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che definiscono le prestazioni e i servizi che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Le Regioni, a loro volta, hanno il compito di organizzare e gestire i servizi sanitari locali, monitorando la qualità delle prestazioni.
Nel corso degli anni, il SSN ha subito numerose riforme per migliorare l’efficienza e l’accesso ai servizi. La riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001 ha ridefinito le competenze tra Stato e Regioni, aumentando il ruolo delle Regioni nella gestione della sanità.
Le Regioni possono legiferare in materia di salute rispettando i principi fondamentali posti dalla legislazione in vigore. In questo senso, le Regioni sono libere di ampliare le tutele sanitarie nel proprio territorio, ma non di poterle restringere rispetto a quelle previste dallo Stato. In particolare, è competenza delle Regioni regolamentare e organizzare i servizi sanitari, monitorare e valutare la gestione e la qualità delle prestazioni sanitarie erogate sul proprio territorio, verificando che queste rispettino i principi generali fissati dallo Stato centrale.
Ciascuna Regione, in questo modo, organizza i propri servizi sanitari secondo le proprie regole e modelli. Ad essere precisi, in Italia esistono 20 diversi sistemi sanitari, tanti quanti sono le Regioni, che si finanziano attraverso la fiscalità generale delle Regioni (per esempio da due tasse come l’Irpef e l’Irap). Poiché non sempre le Regioni riescono a raccogliere sufficienti risorse da destinare al finanziamento del proprio sistema sanitario, la differenza viene assicurata da un fondo di garanzia statale.
Una piccola quota deriva anche dal pagamento dei ticket che paghiamo per una visita o per l’acquisto di un farmaco. L’importo non corrisponde mai al reale valore della prestazione: per esempio, una visita ortopedica privata può costare anche diverse centinaia di euro, mentre la tariffa massima a cui può arrivare un ticket è di € 36.
Da alcune analisi effettuate anche da giornali economici a livello nazionale l’Emilia-Romagna si distinguerebbe “per il suo sistema sanitario pubblico ben organizzato e l’attenzione alla prevenzione e alla cura primaria. Qui, l’integrazione tra i servizi ospedalieri e territoriali è uno dei punti di forza. La regione ha investito molto nella digitalizzazione della sanità, rendendo più agevoli le prenotazioni e l’accesso alle informazioni sanitarie. Anche il servizio di assistenza domiciliare è altamente sviluppato, permettendo alle persone anziane o con malattie croniche di ricevere cure adeguate senza dover ricorrere frequentemente all’ospedale”.
In altri si sottolineano le “discrete differenze in termini di risorse economiche disponibili: Emilia-Romagna e Liguria sono le regioni con il finanziamento pro-capite più elevato, rispettivamente 2.298 e 2.261 euro. In generale i livelli più bassi di finanziamento effettivo si riscontrano nelle regioni del Mezzogiorno, in particolare in Campania e Sicilia, con 1.994 e 2.035 euro pro-capite”.
E allora viene da chiedersi il perché dell’articolo del Resto del Carlino” se la sanità in Emilia Romagna è in condizioni favorevoli rispetto a quella di altre Regioni.
Intanto, si apprende che l’assemblea regionale calabrese ha approvato a maggioranza una legge, la 10/13: “Disposizioni concernenti l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale in ambito regionale“, che partirà con una sperimentazione in campo sanitario con l’obiettivo di ridurre le liste di attesa.
E allora, una domanda nasce spontanea: la Calabria si merita veramente di essere considerata una delle maglie nere in termini di sanità? Oppure partendo dal fondo non può che risalire, mentre le altre, che al momento risultano al top, rischiano di cadere?











