E la rivoluzione? Tranquilli: è stata rinviata alla prossima occasione utile
di Marcello Bardi
C’era una volta Masaniello, simbolo eterno della rivolta popolare: saliva sul palco, infiammava le masse, sfidava il potere e, nel giro di pochi giorni, finiva travolto dal suo stesso clamore.
A Vibo Valentia, nel 2026, la storia si aggiorna. Stesso copione drammatico, ma con un finale più moderno: niente archibugi, niente forche. Solo delibere, incarichi e una busta paga più robusta.
Il nostro Masaniello contemporaneo non viene dalle vie di Napoli ma dai banchi del Consiglio comunale. Capopopolo capace di issare il suo uomo sullo scranno più alto, capogruppo con delega, rivoluzionario a tempo determinato, che a gennaio decide di dimettersi da consigliere delegato allo spettacolo, gesto nobile, plateale, quasi eroico. Una scossa tellurica. Una crisi di maggioranza. Il sindaco Enzo Romeo barcolla. La città trattiene il fiato.
“È l’inizio della rivolta!”, sussurrano i più ingenui.
“No, è solo l’inizio della trattativa”, rispondono i più esperti.
La mossa è da manuale: si lancia il sasso, si alza la polvere, si parla di coerenza, di rispetto delle istituzioni, di dignità politica. Nel frattempo, salta l’assessore Vania Continanza, indicata proprio dal nostro Masaniello come sua rappresentante in giunta. Un sacrificio necessario, come nelle migliori rivoluzioni: qualcuno deve cadere perché il popolo creda alla purezza della causa.
E poi, come in ogni grande epopea che si rispetti, arriva il colpo di scena finale.
Il rivoluzionario… diventa assessore.
Sì, proprio lui. Colui che aveva aperto la crisi, che aveva messo a repentaglio il sindaco, che aveva denunciato il malfunzionamento del sistema. Dalla piazza al palazzo, dal banco del Consiglio alla poltrona di giunta. In un attimo. Senza neanche il tempo di raffreddare i tamburi della protesta.
E così scopriamo che a Vibo Valentia la rivoluzione non divora i suoi figli: li assume. Li regolarizza. Li premia.
Altro che la ghigliottina che toccò al povero Masaniello, quello vero e forse ingenuo: qui si passa direttamente alla determina dirigenziale.
Il popolo osserva, confuso. Qualcuno applaude, qualcuno borbotta. Qualcun altro prende appunti per il futuro: perché se questa è la nuova forma della protesta, conviene impararla bene. Si crea la crisi, si sacrifica un assessore, si alza la voce… e poi si incassa.
Masaniello oggi non muore più giovane.
Masaniello oggi firma atti, partecipa alle giunte e timbra il cartellino della politica che conta.
E la rivoluzione?
Tranquilli: è stata rinviata alla prossima occasione utile. Magari quando servirà un’altra promozione. Dieci mesi possono bastare?









