Questa riforma non è contro la magistratura. È a tutela del cittadino. Il Sì è un voto per le garanzie, per la libertà, per una giustizia che serva i cittadini e non se stessa
di Maurizio Bonanno
“Sì alla separazione delle carriere, sì alla democrazia” è il titolo dell’incontro pubblico in programma questa mattia, alle ore 10.30, presso la Biblioteca Comunale di Vibo Valentia, in via Jan Palach. L’iniziativa, promossa dai Comitati “Cittadini per il Sì” e dalle associazioni aderenti, si inserisce nel percorso di informazione e confronto in vista del referendum costituzionale sulla separazione delle carriere nella magistratura, fissato per il 22 e 23 marzo prossimi.
Con piacere ho accettato l’invito a moderare l’evento che ha nella figura della sen. Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora, Presidente della Fondazione Internazionale per la Giustizia Enzo Tortora e Presidente del Comitato Nazionale “Cittadini per il Sì”. il suo punto più alto della mattinata.
Preparandomi all’evento, ho scritto qualche riflessione per rendere chiaro a chi mi conosce “Le ragioni del mio Sì”, che pongo all’attenzione dei nostri lettori.

La mia presenza qui oggi non è da tecnico del diritto e nemmeno vuole essere da tifoso di una parte politica, ma da cittadino di cultura liberale, profondamente convinto che la libertà individuale, la dignità della persona e il limite del potere dello Stato siano valori non negoziabili in una democrazia matura. E lo dico subito, senza infingimenti.
Perché per un liberale la libertà non è una parola comoda da usare nei discorsi: è qualcosa che va difesa proprio quando lo Stato esercita il suo massimo potere. E non c’è potere più forte di quello di accusare, processare, condannare.
Parlare di giustizia non è mai facile. Perché la giustizia non è un tema astratto. La giustizia entra nelle case, nelle famiglie, nelle vite delle persone. E quando sbaglia, non sbaglia mai a metà.
È da questa prospettiva – dichiarata, trasparente, senza ambiguità – che sostengo con convinzione le ragioni del Sì al referendum del 22 e 23 marzo.
Per chi, come me, si riconosce nella tradizione liberale, la giustizia non è un campo neutro o astratto. È il luogo più delicato del rapporto tra Stato e cittadino.
Il potere giudiziario è l’unico potere che può privare una persona della libertà; può distruggerne la reputazione; può segnarne la vita anche in caso di innocenza.
Pensiamoci un attimo, senza slogan.
Basta un avviso di garanzia, un arresto, una prima pagina di giornale. Basta un errore.
Il risultato? La reputazione distrutta. La famiglia travolta. Il lavoro perso. La dignità calpestata. E anche se poi arriva l’assoluzione – quando arriva – nulla torna davvero come prima.
Questo, per me, non è accettabile.
Non lo è per chi crede nello Stato di diritto. Non lo è per chi crede che l’individuo venga prima del sistema.
Proprio per questo, un liberale non può accettare una giustizia senza contrappesi, senza responsabilità, senza trasparenza. E quando un sistema mostra rigidità, autoreferenzialità o zone d’ombra, riformarlo non è un attacco: è un dovere democratico.
Il cuore della riforma sottoposta a referendum è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Da liberale, voglio dirlo con chiarezza: questa riforma non è contro la magistratura. È a tutela del cittadino.
Chi accusa e chi giudica svolgono funzioni profondamente diverse. Confonderle o mantenerle troppo interconnesse non rafforza l’imparzialità: la indebolisce.
Il Sì non è un voto contro qualcuno. È un voto per le garanzie, per la libertà, per una giustizia che serva i cittadini e non se stessa.
C’è una vicenda che più di altre pesa ancora oggi, quarant’anni dopo, come un macigno sulla coscienza civile del nostro Paese e chi ha cultura liberale non può dimenticarlo, non può dimenticare Enzo Tortora.

Un uomo innocente, travolto da un errore giudiziario clamoroso, basato su accuse infondate, su automatismi, su una fiducia mal riposta nel sistema.
Enzo Tortora era innocente. Lo sappiamo tutti. Ma lo sappiamo dopo.
Prima è stato umiliato, arrestato, esposto come un colpevole. Prima è stato lasciato solo, mentre la macchina giudiziaria andava avanti, sicura di sé, impermeabile al dubbio.
Poi, assolto, sì. Ma troppo tardi. La sua vita era già stata spezzata.
Tortora non è solo un caso del passato. È un monito permanente. Ricordarlo non significa attaccare la magistratura. Significa rispettare le vittime degli errori dello Stato.
Ci ricorda che anche la giustizia può sbagliare, che quando sbaglia, spesso non paga e che quando non paga, rischia di ripetere gli stessi errori.
Votare Sì significa anche dire: abbiamo imparato quella lezione.
Io voterò Sì perché non voglio vivere in un Paese dove un innocente può essere distrutto e poi archiviato come “errore inevitabile”.
Voterò Sì perché credo che la libertà personale venga prima della comodità delle istituzioni. Voterò Sì perché la memoria di Enzo Tortora ci chiede di non voltare lo sguardo dall’altra parte.
Da liberale, io non chiedo una giustizia debole. Chiedo una giustizia giusta.
Separare le carriere tra chi accusa e chi giudica non è una punizione. È una garanzia. È dire con chiarezza che chi giudica deve essere terzo davvero, non solo sulla carta. È dire che il processo non è una formalità, ma un confronto leale. È rafforzare la fiducia dei cittadini, soprattutto di quelli che hanno più paura: chi è fragile, chi è solo, chi non ha voce.
C’è una cosa che distingue una democrazia liberale da uno Stato autoritario: nessun potere è sacro. Tutti i poteri devono rispondere delle proprie azioni. Anche quello giudiziario. Non per delegittimarlo, ma per renderlo più umano, più credibile, più vicino ai cittadini
Separare le carriere significa:
- rendere più chiaro e leggibile il processo,
- rafforzare la terzietà del giudice,
- dare piena cittadinanza alla presunzione di innocenza, che non è uno slogan, ma un principio liberale fondamentale.
La riforma, poi, introduce meccanismi disciplinari più chiari e distinti. Non per punire, ma per responsabilizzare.
In una cultura liberale, nessun potere è intoccabile. Né quello politico, né quello economico, né quello giudiziario. Perché il controllo democratico non indebolisce le istituzioni: le rende più credibili, più forti, più giuste.
Io voto Sì – e vi invito a farlo – non per ideologia, non per appartenenza, ma per coerenza con una visione liberale della società. Per umanità, per giustizia. Per la libertà.











