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Striscia a Cirò Marina, non è la pesca del novellame il problema, ma l’Ue che ha perso di vista il Mediterraneo

Striscia a Cirò Marina, non è la pesca del novellame il problema, ma l’Ue che ha perso di vista il Mediterraneo

da admin_slgnwf75
7 Febbraio 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 6 minuti
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La vera pesca distruttiva resta per noi quella a strascico. Lenin Montesanto (Otto Torri) ricorda, poi, lo scontro di anni fa sulla sardella con Slow Food

Il problema, forse, non è la pesca del novellame in Calabria. La vera questione aperta, di fatto rilanciata sui media nazionali dal rocambolesco reportage giornalistico nel Porto di Cirò Marina nei giorni scorsi, resta quella di istituzioni comunitarie che predicano tutela ambientale mentre praticano disinformazione, che impongono regole cieche a mari che non sono uguali e poi si lavano la coscienza contribuendo a distruggere economie, comunità e identità locali. È la stessa Europa istituzionale che si scandalizza davanti alla disperazione dei piccoli pescatori calabresi, ma che, solo per fare un esempio, continua a tollerare la mattanza rituale delle balene a Grindadráp, nelle Isole Faroe (Danimarca), accanendo il suo rigore burocratico contro la piccola pesca artigianale mediterranea, quella che forse non ha mai devastato e che oggi viene però trattata come attività criminale.
A parlare è Lenin Montesanto, presidente della storica associazione Otto Torri sullo Jonio, già fiduciario Slow Food fino al 2019 per la Condotta Pollino–Sibaritide-Arberia, all’epoca la quarta più grande d’Italia e la prima in Calabria. Nel confermare solidarietà a tutti i pescatori delle storiche marinerie calabresi, Montesanto ricorda che fu proprio l’iniziativa solitaria assunta pubblicamente alla guida di Slow Food territoriale, a difesa della piccola pesca artigianale del novellame ad aprire, anni fa, una frattura profonda e non più sanata con Slow Food nazionale che addirittura con un comunicato ufficiale del 19 luglio 2018 dovette prendere formalmente le distanze dalle posizioni assunte proprio sulla sardella dalla Condotta con sede a Corigliano-Rossano; un distinguo importante e probabilmente senza precedenti nella disciplina e nell’organizzazione ideologiche di Slow Food Italia che di fatto, qualche mese più tardi, contribuiva, assieme ad altre concause mai realmente chiarite, allo scioglimento della più importante ed attiva condotta Slow Food calabrese e con essa all’azzeramento di un impegno riconosciuto e diffuso sui territori, di sensibilizzazione ai temi della sovranità alimentare, che non aveva precedenti e che non ha più avuto seguito e analoghi nella regione.

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Lenin Montesanto


Già allora – ricorda Montesanto che ha continuato a portare avanti tutte le iniziative, rafforzandole anzi con Otto Torri sullo Jonio – sottolineavamo che la sostenibilità non può essere una regola astratta calata dall’alto o certificata solo in guide e almanacchi per pochi. Essa era e rimane, anche e soprattutto, reale sovranità alimentare locale, perché è importante cosa mangi, dove lo mangi, da dove arriva ciò che mangi e non solo in alcune aeree del mondo, ma anche in Calabria, malata di oicofobia. Non basta dire sostenibile o buono, pulito e giusto, senza però preoccuparsi di fare adeguata comunicazione e sensibilizzazione diffusa all’educazione alimentare, nelle piazze. E non basta promuovere, come faceva e fa quel che resta di Slow Food e della sua reputazione, prodotti spesso di nicchia, senza filiere né reale reddito locale, osterie o cerchie ristrette di produttori, se poi si è di fatto latitanti, rispetto alla gravissima emergenza pedagogica e sanitaria, nazionale e soprattutto calabrese, sul cibo spazzatura nelle scuole, nelle mense e nella ristorazione diffusa.
Abbiamo il vizio della memoria. E per questo – aggiunge il Presidente di Otto Torri – ricordiamo e rivendichiamo un fatto ed un impegno preciso e documentato: fummo tra i primi a promuovere pubblicamente e sui territori l’esigenza di una sperimentazione sulla pesca del novellame, sperimentazione che qualche anno dopo è effettivamente partita. È terminata proprio qualche giorno fa. I risultati ora dovranno arrivare dal Ministero alle istituzioni comunitarie per prevedere forse delle quote per il novellame, così come accade già per il tonno.

Ma è proprio il meccanismo delle quote che va ripensato – scandisce – Il motivo è semplice e drammatico e si trova scritto nella catena alimentare del Mediterraneo che è stata alterata da anni di politiche miopi e da oggettive incoerenze di sistema. Il novellame, da quando non si pesca più, ha prodotto una sovrabbondanza di pesce azzurro. Quest’ultimo ha determinato una sovrabbondanza di tonni. E questi a loro volta sono vincolati da quote di pesca. Risultato? Il Mediterraneo ha un surplus di pescato che però nessuno può toccare. Che è poi il nocciolo della denuncia disperata emersa anche nelle parole del pescatore di Cirò Marina, intervistato da Striscia la Notizia, prima che tutto degenerasse.
Per avere la misura reale di quello che sta accadendo – continua Montesanto – basti pensare al fenomeno dei cinghiali. Se sulla terra, in Calabria, viviamo un’emergenza reale per il sovrannumero di ungulati, che stanno alterando anche in quel caso la catena alimentare, nel Mediterraneo viviamo quasi la stessa emergenza, ma con i tonni, notoriamente tra i più grandi e voraci predatori pelagici del Mediterraneo, posizionati all’apice della catena alimentare. Eppure si finge di non sapere o vedere tutto ciò, forse perché i modelli europei non prevedono l’analisi di questa complessità?
Le cervellotiche normative e direttive europee alimentano un altro paradosso – insiste Montesanto – che ha dell’assurdo. Abbiamo un mare stracolmo di novellame, di pesce azzurro e di tonni che i nostri pescatori non possono pescare perché fermati dalle quote imposte dall’UE, ma abbiamo – allo stesso tempo – il Mare Nostrum stracolmo di marittimi nordafricani o giapponesi che vengono qui, pescano tonni in quantità industriale, li portano via per poi rivenderli anche, forse, sui nostri mercati. Questa non è tutela ambientale ma una vera e propria colonizzazione alimentare dimenticata. Per non parlare, come faceva emergere sempre il giovane pescatore di Cirò Marina davanti alle telecamere di Striscia, dei prodotti ittici cinesi che spopolano indisturbati nella nostra ristorazione, anche tipica, spacciati, anche a causa dell’atavica oicofobia degli indigeni, per sardella calabrese!
Le politiche di transizione ambientale in Europa forse non funzionano. E non perché – spiega il Presidente di Otto Torri – non siano necessarie ma perché vengono lette e applicate senza confronto con la realtà. E l’assenza di qualsiasi posizione o impegno in merito da parte di Slow Food, sia in passato, quando poteva forse avere voce in capitolo, sia ovviamente oggi che pare abbia smarrito ogni autorevolezza e capacità di dire la sua sui suoi stessi temi e obiettivi fondativi, misura di fatto l’implosione di una visione elitaria o radical-chic della tutela del cibo e dell’ambiente.
Oggi è sicuramente più chiaro di ieri che non si possono applicare automaticamente le stesse regole ovunque. Il Mediterraneo non è il Mar Baltico. Non è il Mare del Nord. È un ecosistema complesso, millenario, antropizzato, che vive di equilibrio tra uomo e mare e l’Europa formale deve smetterla di fingere che siano tutti uguali. Non sono uguali le storie, non sono uguali le capacità, non sono uguali le specie pescabili e non pescabili. Perché sono questi cortocircuiti burocratici al vertice che, poi, generano frustrazione nei territori periferici.
Quello che è successo nel porto di Cirò Marina nei giorni scorsi è un gesto inqualificabile. La violenza non è mai comprensibile. Mai. E su questo non deve essere tentennamento. Ma proprio per questo è necessario raccontare le cause profonde che generano rabbia e frustrazione. Ecco perché, insieme alla condanna unanime e senza sconti, bisogna saper guardare un minimo anche l’altra faccia della medaglia. Da qui l’invito diretto a Mediaset e alla redazione di Striscia la Notizia a provare ad andare a fondo, raccontando insieme all’effetto o ad uno degli effetti anche le cause strutturali di questo disastro provocato dall’Unione Europea, cercando ad esempio il cosiddetto pesce ghiaccio importato nei menù locali oppure indagando sugli effetti micro e macro-economici, ambientali e sanitari e di altro tipo, derivanti dalla diffusione sproporzionata nella ristorazione calabrese e nella grande distribuzione di pesce spazzatura proveniente da ogni angolo del globo. Sul punto, solo silenzio.
La vera pesca distruttiva resta per noi quella a strascico (che non è quella a circuizione delle barche viste nel servizio di Striscia a Cirò Marina). Sia chiaro. Lì servivano e servono misure drastiche, anche più drastiche ad esempio di quelle che prevede l’Europa. Servirebbe applicare a tutta la costa del Mediterraneo il modello messo in campo sulla Secca di Amendolara, avviato in maniera pionieristica dall’allora sindaco (2014) Antonello Ciminelli, con la posa dei dissuasori che hanno realmente tutelato la biosfera, bloccando veramente tante barche a strascico e garantendo una nuova vita ai fondali e all’ecosistema marino. Ma quel modello per essere efficace davvero andava e va esteso in modo costante e continuo.

Perché se l’Europa – conclude Lenin Montesanto – continuerà a colpire con precisione tedesca chi non distrugge ed a tollerare con distrazione e miopia burocratica chi devasta, il Mediterraneo non morirà cerro per colpa dei piccoli pescatori di Cirò Marina, di Cariati o di Schiavonea, ma per l’inefficacia di misure magari pensate e studiate a troppi km di distanza dai luoghi e dagli habitat identitari e distintivi nei quali quelle norme dovrebbero produrre effetti positivi.

Tags: cirò marinanovellamepesca a strascicoproblemaslow foodue

admin_slgnwf75

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