Si tratta del terzo appuntamento della rassegna “I Ponti di Don Maiolo”, organizzata dal centro con lo scopo di diventare polo attrattivo per l’intera collettività, luogo aperto al dialogo e al confronto, capace di stimolare un cammino condiviso delle coscienze
Continua il percorso di Migra Europe Save, il centro accoglienza migranti nato a Lamezia Terme per rispondere con umanità alla sfida dell’integrazione, ma non solo, considerato che uno dei suoi obiettivi è diventare polo attrattivo per l’intera collettività, luogo aperto al dialogo e al confronto, capace di stimolare un cammino condiviso delle coscienze.
In quest’ottica si inserisce la rassegna “I Ponti di Don Maiolo”, giunta al suo terzo appuntamento, volta a costruire ponti tra culture, generazioni e territori e, in questo caso, lo fa utilizzando anche il linguaggio del cinema come strumento di riflessione e dialogo.
Infatti, protagonista di questo nuovo incontro, moderato da Bianca Cimato e che ha visto quali cooprotagonisti gli alunni dei licei classici di Vibo Valentia e Lamezia terme, è stato il regista Loris Lai, autore del film “I bambini di Gaza – Sulle onde della libertà”, vincitore del David di Donatello e apprezzato a livello internazionale per la forza del suo messaggio di pace e convivenza.


Il film, ispirato all’omonimo romanzo di Nicoletta Bortolotti, racconta la storia di amicizia tra due bambini, uno palestinese e uno israeliano, uniti dalla passione per il mare e il surf sullo sfondo del conflitto mediorientale durante la seconda intifada. Un’opera che sceglie lo sguardo dell’infanzia per parlare di guerra ma anche di speranza, evidenziando come, attraverso gli occhi dei bambini, sia possibile raccontare e sperare in un futuro oltre i conflitti.
Abbiamo chiesto al regista cosa, a suo giudizio, è cambiato dal 2003, periodo in cui è ambientato il film, ad oggi…
“Tutto è cambiato, dal 7 ottobre 2023 imperversa una guerra che ha quasi spazzato via una popolazione, quindi è cambiato molto. La nostra storia parla di una realtà di oltre vent’anni fa, nel 2003, durante la seconda intifada che va dal 2000 fino al 2005, l’unica cosa che non è cambiata è la necessità di pace, la necessità di trovare appunto un equilibrio che permetta di convivere anche se sembra utopico parlarne in un momento come questo. Diciamo che con il film cerchiamo appunto di stimolare e raccontare quel tipo di necessità che speriamo in un futuro possa diventare realtà; lo facciamo attraverso gli occhi dei bambini proprio perché i bambini rappresentano il futuro, le nuove generazioni, le prossime generazioni per questo che riponiamo in loro questa speranza.
I bambini a Gaza vengono indottrinati sin da piccoli, sia israeliani che palestinesi, vengono iniziati a pensieri di odio, la cosa più brutta che può succedere loro è di morire, ma se non muoiono perdono un papà, perdono una mamma, perdono un arto, un braccio, una gamba, un amico per cui anche se sopravvivono e vanno avanti nella loro vita purtroppo portano dentro di loro, con loro un bagaglio di odio non indifferente, per cui riteniamo che gli adulti dovrebbero cercare di aiutare, di proteggere questi bambini in modo che possano superare quel tipo di odio e cercare di costruire un futuro migliore”.
Ha fatto la scelta stilistica di presentare il film in lingua originale, con dialoghi in ebraico, in arabo ed alcune parti in inglese, perché questa scelta?
“Perché la lingua è comunque una barriera anche in una zona del mondo molto piccola. Questo è uno dei posti con minore densità di popolazione, per cui questa divisione fa sì che questi due popoli trovino delle difficoltà a comunicare proprio a livello basico per cui rappresentare il film in questo modo era semplicemente scegliere la strada della realtà”.
Nel film si vedono delle scene in cui i bambini giocano alla guerra, è un po’ esorcizzare le loro paure, oppure è una mera imitazione dei grandi?
“È un po’ entrambi perché loro nascono e crescono in quella realtà: non conoscono nient’altro. C’è una frase nel film molto emblematica dal mio punto di vista quando il surfista americano chiede al giovane protagonista come faccia a parlare di riviste di surf o a giocare a flipper quando ha appena visto il suo amico morire e lui lo guarda e non ha una risposta perché non conosce nient’altro.
Questa scena nasce da un mio dialogo con una bambina di circa nove anni, quando sono stato a Gaza la prima volta. io in quei giorni non ho chiuso occhio perché avevo una paura che mi prendeva l’anima, perché bombardavano in continuazione, per cui ho chiesto a questa bambina: tu hai paura quando viene sera? quando vai a dormire riesci a dormire, non hai paura? e lei mi ha risposto no. Lei non sa neanche che significa questa domanda perché non conosce nient’altro. Quello che sa è che la sera deve chiudere gli occhi e andare a dormire, ma sa anche che non potrebbe aprirli più, ma affronta questa cosa con naturalezza perché quella è la sua realtà”.











