Perché il diritto internazionale nasce per impedire che il potere diventi scudo dell’impunità. Perché la dignità umana non è negoziabile
di Domenico Nardo
Ci sono vicende che non appartengono solo alla cronaca giudiziaria, ma interrogano la coscienza collettiva. Il caso Epstein è una di queste. Non perché riguardi un singolo individuo, ma perché rivela la possibilità che lo sfruttamento, la violenza e la manipolazione dei più vulnerabili possano trasformarsi in un sistema, protetto da potere, denaro e silenzi compiacenti.
È qui che nasce la domanda: siamo di fronte a reati individuali o a qualcosa che, per struttura e gravità, sfiora la soglia dei crimini contro l’umanità?
Lo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale definisce i crimini contro l’umanità come atti commessi nell’ambito di un attacco generalizzato o sistematico contro una popolazione civile, con la consapevolezza di far parte di quel disegno.
Non è necessario un conflitto armato. Non è necessario un governo coinvolto.
È sufficiente che il male diventi organizzazione, continuità, metodo.
Tra gli atti elencati dallo Statuto figurano: schiavitù sessuale, tratta di esseri umani, persecuzione, violenze sessuali sistematiche, altri atti inumani di analoga gravità.
Sono categorie pensate per proteggere la dignità umana quando viene violata in modo strutturale.
Le indagini e le testimonianze pubbliche non descrivono un predatore isolato, ma un meccanismo organizzato: reclutamento, sfruttamento, complicità, protezioni, continuità nel tempo.
Un sistema che colpiva una categoria vulnerabile: minori e giovani donne.
Se questi elementi venissero confermati in un quadro più ampio, la domanda giuridica diventerebbe inevitabile: siamo di fronte a un attacco sistematico contro una parte della popolazione civile?
Molti studiosi di diritto internazionale sostengono che la tratta di esseri umani a fini sessuali, quando organizzata e protetta da reti di potere, può rientrare nella nozione di crimine contro l’umanità. Non per estensione arbitraria della norma, ma perché la norma stessa è stata pensata per abbracciare nuove forme di brutalità sistemica.
Per qualificare un fatto come crimine contro l’umanità non basta l’orrore morale.
Serve dimostrare: un attacco non episodico ma continuativo, una rete di soggetti coinvolti, un’organizzazione stabile, la consapevolezza di partecipare a un sistema, un impatto su una categoria di civili.
Il caso Epstein, per come emerge dalle fonti pubbliche, presenta elementi che potrebbero essere valutati in questa direzione. Non è una conclusione, ma una domanda legittima.
Perché il diritto internazionale nasce per impedire che il potere diventi scudo dell’impunità.
Perché la dignità umana non è negoziabile. Perché la violenza sistemica contro i più fragili non è un “reato privato”: è un attacco alla nostra idea di civiltà.
E perché, come ricorda il Vangelo, il male non è un concetto astratto: prende forma, si organizza, si traveste. E resistergli significa nominarlo, riconoscerlo, denunciarlo.
Il caso Epstein non è solo una storia di abusi.
È un monito: quando la violenza diventa struttura, quando la vulnerabilità diventa merce, quando il potere diventa complicità, allora non siamo più davanti a un crimine individuale, ma a una ferita inferta all’umanità intera.
La domanda non è se il diritto internazionale sia “pronto” a qualificare questi fatti come crimini contro l’umanità. La domanda è se noi siamo pronti a riconoscere che il male, quando diventa sistema, riguarda tutti.
E nessuno può girarsi dall’altra parte.










