Riflessioni sulle pagine del Vangelo di domenica 1 marzo
di Mons. Giuseppe Fiorillo
Carissime, carissimi,
il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima ci invita a lasciare il rigore penitenziale e rivestirci di luce e saziarci di bellezza. Ascoltiamo il racconto di Matteo:
“Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore è bello per noi essere qui, se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti» (Matteo 17, 1-9)”.
“Sei giorni dopo”… Ma sei giorni prima cosa era avvenuto?
Era avvenuto che Gesù aveva accompagnato, in ritiro, i Suoi al nord della Galilea, a Cesarea di Filippo, presso le sorgenti del Giordano ed aveva lì aperto un colloquio chiedendo loro: chi dice la gente che io sia? Varie risposte… Ma Gesù incalza: per voi, chi sono io? Silenzio imbarazzante, rotto da Pietro con questa affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Gesù loda la professione di fede di Pietro, ma, nello stesso tempo, annunzia una verità sconcertante, cioè, che a Gerusalemme lui avrebbe sofferto molto da parte degli Anziani, dei Sommi Sacerdoti e degli Scribi e sarebbe stato ucciso per, poi, il terzo giorno, risorgere.
I Dodici restano costernati.
Angoscia e disperazione si imprimono soprattutto sui visi di Pietro, Giacomo e Giovanni.
Questa è la ragione per cui Gesù,sei giorni dopo, lascia la folla ai piedi del monte Tabor, prende con sé i tre e sale con loro sulla sommità del monte per mostrarsi nella verità di Figlio di Dio e,così, risollevarli dalla depressione nella quale erano precipitati.
Il monte in Matteo è sempre legato ad una particolare rivelazione: c’è il monte delle tentazioni che segna la vittoria di Gesù su Satana (Matteo 4,8); c’è il monte delle Beatitudini, dove viene data la nuova legge (Matteo 5,1); c’è l’alto monte, il Tabor, dove Gesù si trasfigura, rivelando il suo vero volto di Figlio di Dio (Matteo, 17,1);c’è, ancora, il monte della Galilea, dove Cristo Risorto si rivela ai Discepoli e li invia alle genti(Matteo 28,16).
Nella narrazione del vangelo odierno abbiamo due eventi straordinari: uno legato alla vista, l’altro legato all’udito.
L’evento visibile riguarda la trasfigurazione: tutto luce, tutto il corpo di Gesù é una teofania, una celebrazione di splendore, un anticipo della sua Resurrezione ed anche un annunzio della nostra condizione finale, quando “i giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre” (Matteo 13,43).
L’evento legato all’udito riguarda Mosè ed Elia, che conversano con Lui e “parlano del suo esodo che sta per compiersi a Gerusalemme” (Luca 9,31); ma soprattutto riguarda la voce del Padre che viene dalla nube: “questi è il mio Figlio, l’amato, in Lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. L’attimo della gioia e della bellezza è tale che Pietro voleva alzare tre capanne: una per Gesù, una per Mosè, una per Elia dicendo: “Signore è bello stare qui”.

L’entusiasmo di Pietro ci aiuta a capire che la Fede per essere viva deve partire da uno stupore, da un entusiasmo, da un “che bello”! gridato a pieni polmoni.
Ma Gesù a Pietro ed oggi a noi, che vogliamo costruire capanne, cioè , stabilità, sicurezza, comodità, ci indica movimento, cammino verso nuove mete. E allora Gesù si avvicina, li tocca e dice loro: “alzatevi e non temete. Andiamo!”.
È necessario stare con la gente che sta in basso, a valle; è necessario camminare sulla terra ed amare la terra, col suo carico di pene e di dolori.
Ora i tre – Pietro, Giacomo e Giovanni – fortificati da tutto quello che di splendido hanno vissuto con Gesù sul Tabor, scendono e, nel cammino, guardano lontano il monte Carmelo e, giù, vedono la pianura, carica di gente, che attende. I tre vedono ancora i colli di Gelboe e lontano le colline di Nazareth, che si confondono con le bianche nuvole.
Buona domenica di luce e, ricordiamoci che, se è Grazia salire al Tabor, ancora più Grazia è scendere e, col dono della Trasfigurazione, saldare cielo e terra.
Don Giuseppe Fiorillo.










