Tra caos societario, scelte incomprensibili e la partenza del capitano Sergio Balla, la stagione della US Vibonese Calcio scivola verso una retrocessione annunciata
Ci sono storie sportive che attraversano momenti difficili, stagioni storte, errori di gestione. E poi c’è ciò che sta accadendo oggi alla US Vibonese Calcio, una situazione che oscilla pericolosamente tra la tragedia sportiva e la farsa amministrativa. Una vicenda che, giorno dopo giorno, sta consumando la dignità di una società che si avvicina ai cento anni di storia e che invece di prepararsi a celebrare il proprio passato, sembra impegnata a distruggerlo pezzo dopo pezzo.
L’ultimo atto di questo spettacolo desolante è l’uscita di scena del capitano Balla. Un addio che pesa, e non solo sul piano tecnico. Balla era un riferimento in una squadra già fragile, numericamente ridotta e qualitativamente povera. La sua partenza, maturata nelle ultime ore con il passaggio al FC Trapani 1905, rappresenta molto più di un normale movimento di mercato: è il simbolo di una resa.
E pensare che solo poche settimane fa si provava ancora a coltivare qualche speranza. L’arrivo del terzo tecnico stagionale, Danilo Fanello, chiamato a sostituire Antonello Capodicasa, doveva essere il segnale di una reazione. L’ennesimo tentativo di rimettere insieme i cocci di una stagione nata male e proseguita peggio. Si sperava almeno di fermare l’emorragia di giocatori e magari di rinforzare una rosa che già allora appariva inadeguata alla lotta per una salvezza che oggi appare sempre più una chimera.
Nel frattempo, sul piano societario, la situazione resta ferma a un punto surreale. Rino Putrino prova ad agire nella veste di commissario nominato dal sindaco con il compito di provare a districare una matassa societaria che definire confusa è un eufemismo. Ma la realtà è che il presidente Fernando Cammarata, proprietario del sessanta per cento delle quote, continua a muoversi in un silenzio generale che gli consente di fare e disfare a proprio piacimento. Anche autorizzare uscite pesanti come quella del capitano.
Nel frattempo, mentre i palazzi restano immobili, la squadra si svuota. E il rischio retrocessione non è più una minaccia lontana ma una prospettiva concreta: l’Eccellenza Calabria incombe come l’ultimo capitolo di una stagione disastrosa.
L’unica voce che si alza, ancora una volta, è quella dei tifosi. Gli stessi che, tra mille delusioni, hanno continuato a stringersi attorno ai giocatori — e solo a loro. Il comunicato diffuso nelle ultime ore è lo sfogo di una passione tradita ma non ancora morta. Gli spogliatoi dello stadio Stadio Luigi Razza, scrivono gli ultras, sembrano ormai il tendone di un circo dove si consuma uno spettacolo squallido.
Un’immagine dura, ma difficile da contestare.
Perché se è vero che le responsabilità principali stanno nei vertici societari, è altrettanto vero che negli ultimi anni l’intero ambiente calcistico vibonese ha progressivamente abbassato la guardia. Dirigenze improvvisate, promesse evaporate, tifoseria sempre più disillusa e spalti sempre più vuoti: un lento scivolamento verso il baratro.
Eppure la storia della Vibonese insegna che dalle cadute si può ripartire. È già successo. Ci sono stati momenti bui, retrocessioni, crisi economiche. Ma ogni volta il calcio rossoblù ha trovato la forza di rialzarsi, spesso grazie alla passione di una città che non ha mai smesso di riconoscersi in quei due colori.
Per questo, oggi, il punto non è soltanto evitare la retrocessione. Il punto è restituire dignità a una maglia. Fare pulizia. Allontanare chi non ha a cuore il destino del rosso e del blu, colori che per generazioni di vibonesi hanno significato appartenenza, orgoglio e memoria.
Se dovrà essere Eccellenza, che lo sia. Ma con la schiena dritta.
Da lì, come chiedono i tifosi, si potrà ripartire davvero: con un progetto nuovo, giovane, credibile. Un progetto che rimetta al centro la città e non gli interessi di pochi.
Perché una società che si avvicina ai cento anni di vita merita molto più di questa malinconica farsa. Merita rispetto. E soprattutto futuro.









