“Eravamo dentro la Guerra fredda e l’abbiamo giocata fino in fondo. Moro l’ha giocata sulla sua pelle. Era sgradito sia all’Est che all’Ovest“
di Alberto Capria
Ci sono date che non invecchiano mai; e il 16 marzo è una di quelle.
Ogni anno ritorna come una ferita che la storia non riesce e non deve rimarginare.
È il giorno in cui l’Italia si svegliò improvvisamente dentro gli anni di piombo: il rapimento di Aldo Moro e la strage di via Fani, una delle pagine più drammatiche della Repubblica.
A 48 anni di distanza, la vicenda continua a produrre interrogativi, riflessioni e, poche, indignazioni.
Era un giovedì quel 16 marzo 1978 e il Parlamento era convocato per votare la fiducia al nuovo governo guidato da Giulio Andreotti. Sarebbe stato un governo destinato a entrare nei libri di storia perché segnava un passaggio cruciale: per la prima volta il Partito comunista italiano avrebbe sostenuto l’esecutivo, seppure dall’esterno.
È il progetto politico di Aldo Moro, l’ultimo nostro Statista, che da anni lavora a comporre, limare, ricomporre, allineare, far comprendere la strategia del cosiddetto compromesso storico; un tentativo di stabilizzare la democrazia italiana includendo anche la più grande forza comunista dell’Occidente. Condividendo questa alta intuizione politica, con Enrico Berlinguer. Pensare alla situazione politica odierna, vien da piangere!
Alle 9 del mattino in via Fani, tutto cambia. Un commando delle Brigate rosse blocca le auto della scorta mettendo in atto un’azione di una violenza impressionante. Restano uccisi cinque uomini dello Stato che dobbiamo togliere dall’oblìo; che non sono solo “gli uomini della scorta”: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino; Francesco Zizzi; Giulio Rivera.
I 55 giorni di prigionia, fino al 9 maggio, sono entrati nella storia – triste – del nostro Paese e hanno lasciato un trauma destinato a segnare per decenni la vita politica italiana. Il corpo di Aldo Moro viene trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, una strada situata a metà strada tra piazza del Gesù – la sede della Democrazia cristiana – e via delle Botteghe oscure – sede del Partito comunista.
Le parole di Giuseppe Fioroni, presidente della seconda Commissione sul Caso Moro, rilette oggi hanno un sapore triste e vero allo stesso tempo:
“Eravamo dentro la Guerra fredda e l’abbiamo giocata fino in fondo. Moro l’ha giocata sulla sua pelle. Era sgradito sia all’Est che all’Ovest. Egli è colui che andò all’ONU per dire: «Non possiamo pensare che esistano solo gli Stati Uniti d’America che scrivono la storia e gli altri che sono costretti a subirla. Servono la multilateralità dei rapporti e la cooperazione internazionale». […] È colui che in politica interna dice: «Bisogna allargare la base politica del consenso valoriale per arrivare ad una democrazia integrale”.
E forse proprio per questo che il 16 marzo è una data che l’Italia non può permettersi di dimenticare.










