La denuncia del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, CNDDU
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla vicenda emersa a Santa Domenica di Ricadi in provincia di Vibo Valentia, dove una madre affronta quotidianamente uno sforzo fisico e umano straordinario per garantire alla figlia disabile una parvenza di normalità, trasportandola fino al terzo piano di un edificio privo di ascensore.
Non si tratta di un episodio isolato né di una semplice criticità abitativa – afferma il presidente Romano Pesavento – ma di una frattura evidente tra il quadro normativo che tutela i diritti delle persone con disabilità e la loro effettiva esigibilità nella vita quotidiana. Quando l’ambiente domestico diventa barriera anziché spazio di protezione, viene meno uno dei presupposti fondamentali della cittadinanza: l’accesso equo e dignitoso ai luoghi dell’esistenza.
La situazione descritta – spiega il CNDDU – evidenzia un’interlocuzione istituzionale avviata ma, allo stato attuale, incapace di tradursi in una soluzione adeguata e risolutiva rispetto ai bisogni concreti della famiglia. Tale condizione, pur in presenza di contatti formali, rischia di produrre effetti analoghi a quelli di una mancata risposta, aggravando il senso di isolamento e di ingiustizia vissuto quotidianamente. Alla luce dei principi sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, risulta imprescindibile un’assunzione di responsabilità concreta e tempestiva da parte degli enti locali, chiamati non solo a gestire, ma a prevenire situazioni di esclusione. L’accessibilità rappresenta una condizione strutturale della democrazia, non un intervento straordinario.
Il CNDDU invita l’amministrazione di Ricadi ad attivare immediatamente un percorso risolutivo, fondato su ascolto, prossimità e capacità decisionale, restituendo centralità alla persona e ai suoi bisogni reali. Tuttavia, accanto all’urgenza amministrativa, emerge con forza una responsabilità culturale ed educativa che non può più essere rimandata.
In un contesto mediatico in cui le storie di fragilità rischiano di essere consumate rapidamente nel ciclo dell’informazione – aggiunge Pesavento -la scuola è chiamata a svolgere una funzione di decodifica critica e di restituzione etica, trasformando il fatto di cronaca in occasione di apprendimento consapevole. È in questa direzione che il CNDDU propone un modello didattico inedito, fondato sull’integrazione tra educazione ai diritti umani, media literacy e cittadinanza attiva.
L’idea è quella di strutturare percorsi in cui gli studenti analizzino casi reali ancora aperti, come quello di Giulia, non limitandosi a una lettura empatica o normativa, ma sviluppando competenze argomentative, progettuali e comunicative. A differenza delle pratiche più diffuse, spesso centrate su simulazioni astratte o su celebrazioni calendarizzate, questo approccio introduce una dimensione trasformativa dell’apprendimento, in cui il sapere si traduce in presa di posizione pubblica e costruzione di senso.
Attraverso la produzione guidata di contenuti — editoriali, dossier, campagne digitali — gli studenti diventano soggetti attivi nel discorso pubblico, contribuendo a mantenere alta l’attenzione su situazioni che altrimenti rischierebbero di essere dimenticate. In tal modo, la scuola si configura come spazio generativo di cittadinanza mediatica, capace di connettere conoscenza, responsabilità e partecipazione.
Educare ai diritti umani, oggi – conclude la nota del CNDDU – significa anche insegnare a riconoscere le narrazioni che escludono e a costruirne di nuove che includano. La vicenda di Giulia interpella tutti: istituzioni, comunità educante e sistema dell’informazione. Ignorarla significherebbe accettare una normalità in cui i diritti restano enunciati e non vissuti.









