Le riforme si dovrebbero condividere in Parlamento, cercandone la maggioranza qualificata, così come prevede la Costituzione
Il referendum di questi giorni è stato un referendum politico, che è andato ben oltre la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e delle carriere dei magistrati, persino oltre la difesa dell’autonomia e della separazione dei poteri previste dalla Costituzione.
A risultato acquisito e soprattutto ormai assimilato, il segretario del circolo cittadino del PD di Vibo Valentia, Gernando Marasco, offre la sua chiave di lettura con il solito senso della realtà che lo contraddistingue.
Che fosse diventato un referendum politico, una sorta di test sul Governo – è il ragionamento del numero uno del PD vibonese – lo si è compreso nell’ultima fase della campagna elettorale, che ha visto la discesa in campo della Presidente del Consiglio e di tutti i leader nazionali dei partiti; l’alta affluenza ne è stata la conferma. Nei milioni di voti (54%) di NO ci sono così tante motivazioni, che nessuna analisi può sviscerarle tutte: la contrarietà nel merito della riforma, il voto di opposizione al Governo, il processo di costruzione di un’alternativa alla maggioranza parlamentare attuale, una protesta e un malessere generazionale e un riaffiorare della “questione meridionale” sono le più diffuse.
Questi ultimi due punti – spiega Marasco – sono stati decisivi e sono quelli su cui tutte le forze politiche dovranno riflettere: significherà qualcosa se il SÌ ha vinto solo nelle regioni a trazione leghista, con il PIL più alto, mentre tra gli under 35 e nelle regioni meridionali c’è stato un boom del NO?

Quindi, il segretario del PD cittadino guarda ai numeri: In Calabria il NO (57%) non ha raggiunto le percentuali delle altre regioni meridionali, perché in provincia di Reggio ha vinto il SÌ. Il dato in provincia di Vibo Valentia è in linea con la media regionale, con il NO in testa in 38 comuni su 50; anche nel capoluogo la vittoria del NO è stata netta (56,5%) e abbastanza omogenea, prevalendo in 33 sezioni su 37.
Quindi, la considerazione più opportuna ed in linea con la serietà che lo contraddistingue: Le riforme si dovrebbero condividere in Parlamento, cercandone la maggioranza qualificata, così come prevede la Costituzione. Confezionare una legge che modifica alcuni articoli della Costituzione, blindarla in parlamento a colpi di maggioranza, per poi però doverla sottoporre e spiegare al popolo sovrano, mette in moto delle dinamiche imprevedibili, come è successo con i referendum precedenti. Matteo Renzi, che dieci anni fa si è dovuto dimettere, ne sa qualcosa…
Non si chiede alla presidente Meloni di fare altrettanto – conclude Gernando Marasco – tuttavia una valutazione sul dicastero della Giustizia (ministro e sottosegretari) sarebbe opportuna.









