Ai toni trionfalisti del PD fa da contraltare l’ex consigliere regionale Antonio Lo Schiavo che predica prudenza, realismo ed un certa diffidenza rispetto a tanto ottimismo
Sul futuro dei depositi costieri di Vibo Marina si consuma uno dei passaggi più delicati per il territorio, ma anche uno dei più rivelatori sul piano politico. Se il confronto tra destra e sinistra appare, per certi versi, fisiologico, ciò che sorprende è la mancanza di una linea unitaria proprio all’interno dello stesso campo progressista. Una frattura che non è solo di toni, ma di sostanza, e che finisce per mettere in luce tutte le contraddizioni della sinistra vibonese.
Da un lato, il Partito Democratico — forza di riferimento del sindaco — rivendica con decisione il risultato raggiunto. Nel documento del Direttivo cittadino si parla apertamente di “successo”, individuato nel superamento dell’ipotesi di una concessione ventennale a favore di una soluzione temporanea di quattro anni. Una scelta che viene descritta come un punto di svolta, addirittura come “l’ultima chiamata” per ripensare il destino del porto in chiave turistica e di sviluppo.
La narrazione del PD è chiara: l’amministrazione avrebbe aperto una nuova fase, rimettendo al centro il tema della riconversione e costruendo un percorso istituzionale prima inesistente. Non solo. Il documento assume anche un tono politico netto, accusando l’opposizione di fare “barricate” e difendendo con decisione l’operato del sindaco, descritto come protagonista di una “battaglia di civiltà”.
Ma è proprio qui che emergono le prime crepe. Perché, se si guarda sempre a sinistra, il racconto cambia sensibilmente.
Antonio Lo Schiavo, figura di riferimento per una parte dell’elettorato progressista, adotta un registro completamente diverso. Nessun trionfalismo, nessuna celebrazione. Al contrario, prudenza, realismo e una certa diffidenza verso letture eccessivamente ottimistiche.
Lo Schiavo parte dagli stessi fatti — la mancata concessione ventennale e l’orizzonte dei quattro anni — ma ne trae conclusioni meno entusiastiche. Anzi, sottolinea con chiarezza ciò che il documento del PD tende a sfumare: non esiste alcuna garanzia di delocalizzazione. Il vero nodo, secondo l’ex consigliere regionale, non è ciò che è stato evitato, ma ciò che ancora manca.
Ed è proprio su questo punto che la distanza diventa evidente.
Mentre il PD parla di un risultato significativo e invita a fare quadrato attorno all’amministrazione, Lo Schiavo richiama tutti — maggioranza compresa — alla concretezza. Elenca una serie di criticità e di passaggi obbligati: risorse da reperire, pianificazione urbanistica da rivedere, riqualificazione dell’area industriale, messa in sicurezza del territorio, coinvolgimento reale degli attori economici. Un’agenda impegnativa che ridimensiona l’idea stessa di “vittoria”.
Non solo. Se da un lato riconosce all’amministrazione il merito di aver assunto finalmente una posizione chiara, dall’altro ne critica implicitamente l’approccio comunicativo: “questa posizione va riempita di contenuti, non di comunicati”. Una frase che suona come una risposta diretta all’enfasi del PD.
La contraddizione, dunque, è tutta qui: la stessa scelta — l’atto di sottomissione quadriennale — viene raccontata da una parte come un successo politico, dall’altra come un semplice punto di partenza, carico di incognite.
Una divergenza che non è solo lessicale. Per il PD, il risultato rappresenta già una svolta concreta; per Lo Schiavo, è al massimo una finestra temporale che rischia di restare vuota senza un cambio di passo radicale. Due letture che implicano visioni diverse del ruolo della politica: celebrativa e difensiva da un lato, esigente e problematica dall’altro.
A rendere ancora più evidente questa spaccatura è il diverso atteggiamento verso il consenso. Il PD chiede unità attorno alle istituzioni e stigmatizza le critiche, mentre Lo Schiavo rifiuta tanto il pessimismo quanto i “facili entusiasmi”, mettendo in guardia proprio contro la strumentalizzazione politica. D’altronde, è innegabile che Lo Schiavo mantenga ancora una certa leadership riconosciuta da una parte che guarda a sinistra, al punto che c’è chi lo indicherebbe quale alternativa credibile allo stesso Enzo Romeo…
In questo quadro, la sinistra vibonese appare attraversata da una tensione irrisolta: da una parte la necessità di sostenere l’azione amministrativa, dall’altra il bisogno di mantenere uno sguardo critico e ancorato alla realtà dei fatti. Una tensione che, se non gestita, rischia di tradursi in ambiguità politica.
Il risultato è un messaggio poco coerente verso l’esterno. Ai cittadini arriva una doppia narrazione: quella di chi parla di successo e quella di chi invita alla cautela. E in una vicenda così complessa, dove il tempo è limitato e le sfide sono enormi, l’assenza di una linea chiara potrebbe rivelarsi un problema tanto quanto le divisioni dell’opposizione.
Alla fine, più che una sintesi, emerge una domanda: la sinistra vibonese sta davvero condividendo una strategia comune sul futuro di Vibo Marina, oppure si limita a convivere — non senza attriti — tra entusiasmo politico e realismo amministrativo?
Perché, come ricorda lo stesso Lo Schiavo, quattro anni passano in fretta. E le contraddizioni, se non affrontate, rischiano di diventare il vero ostacolo al cambiamento.









