Nelle ore dei funerali, per ordine del sindaco tutte le attività sono sospese. L’unica attività aperta è quella del pallone. C’è il campionato e tante partite già in calendario
di Franco Cimino
Sarei ritornato, come era previsto, dal luogo lontano dalla città in cui mi trovo per la cura di affetti fondamentali. Sarei tornato per vedere il Catanzaro, come faccio tutte le settimane delle sue partite in casa. Quel Catanzaro che è sempre stato anche mio e che trattengo nel cuore, anche in ricordo del mio papà e del suo appassionato sostegno ai giallorossi, con l’orecchio attaccato alla vecchia radiolina, nel tempo antico in cui le notizie le davano Enrico Ameri o l’indimenticabile Riccardo Giacoia, se i segnali di fumo indiani non li avevano già anticipati.
Ma non sono tornato, per evitare la tentazione di andare allo stadio in uno dei giorni più gravi della storia di Catanzaro. Abbiamo pianto la morte di una madre e dei suoi due bambini. Abbiamo e stiamo trepidando per la salvezza della figlia di sei anni scampata all’orrore di quella notte, che si è fermata nel nostro cielo, che ancora non è tornato sereno.
Abbiamo iniziato a sentire dolore e comprensione per la sorte capitata a quel marito e a quel padre, fermandoci, per fortuna, un attimo prima del nostro giudizio collettivo. Abbiamo tutti, nessuno escluso, detto la solita frase nelle situazioni più terribili, in cui si trovano i bambini quali vittime inconcepibili a qualsiasi umana ragione.
Piangiamo quando muoiono. E ci tormentiamo affollando la chiesa in cui si celebrano i funerali e la piazza antistante. Piangiamo più dei familiari colpiti, quasi da confonderci con essi. Piangiamo, e questo è evidente. Soffriamo sinceramente, e questo si percepisce. Siamo addolorati davvero, e questo si sente. Davvero li sentiamo, quei bambini, come abbiamo detto a gran voce, quali nostri.
Al pensiero che si ferma, però, un attimo dopo. Un attimo dopo soltanto, ché la mente non reggerebbe oltre. Ma, come per tutte le altre tragedie, l’onda emotiva che si abbatte su di noi come uno tsunami innocuo dura poco. Il tempo del funerale e tutto passerà. Nel dimenticatoio. Dove cancelleremo pure i fiumi di parole, specialmente quelle giudicanti e pontificanti, che abbiamo sputato nell’aria come pioggia d’uragano, ricaduta poi sulle vite dei sofferenti.
Dimenticheremo quei nomi. Non ricorderemo neppure quei visi di una mamma e dei suoi tre bambini che la pruriginosa curiosità individuale e collettiva ha voluto vedere pubblicati e, a sua volta, ha pubblicato attraverso i social.
Prima ancora, in un attimo solo, avremo compiuto l’azione più efficace: l’autoassoluzione di ciascuno di noi dalle colpe che, in tragedie come queste, non ci trovano esenti.
Ma intanto, mentre le nostre lacrime si asciugano, il nostro dolore riposa e le nostre responsabilità scompaiono, facciamo le cose che più ci riescono dalle nostre parti. Piangiamo senza soffrire. Soffriamo senza pagare alcunché. Facciamo atti che non ci affaticano. Prendiamo decisioni che non ci responsabilizzano.
Due fatti sopra gli altri, quelli deputati a figure importanti. Il Comune delibera il lutto cittadino. Ma quando e per quanto tempo? Nelle ore — cioè al massimo due — dei funerali. Per ordine del sindaco tutte le attività sono sospese.
Ma è il giorno della festa che più festa non si può. Da sola vale dieci domeniche messe insieme. È il Venticinque Aprile: basta la parola, basta la data. Le scuole sono chiuse. I negozi sono chiusi. Le palestre sono chiuse. I ristoranti e i bar, per un numero assai elevato, sono chiusi. I trasporti sono fermi. Gli uffici sono tutti chiusi, le Poste comprese.
L’unica attività aperta è quella del pallone. C’è il campionato e tante partite già in calendario. Tra queste anche il Catanzaro.
Dolore autentico collettivo, partecipazione reale della città, avrebbero preteso che la partita della nostra squadra non si giocasse. Come altre che sono state rinviate per fatti meno drammatici, allerte meteo comprese. Questa in programma non avrebbe corso alcun pericolo né causato danni, potendosi giocare il giorno successivo, che tra l’altro è la domenica, come sempre dedicata al pallone.
Ma nessuno ha avuto il coraggio di chiederlo. Chi avrebbe potuto e dovuto favorirlo, non l’ha fatto. Autorità cariche di autorevolezza e potere, sia in campo politico che in quello sportivo, si saranno sicuramente rifugiate nelle solite vecchie scuse: non possiamo decidere noi di sospendere un incontro di calcio, solo la federazione può.
E qui è davvero inutile aggiungere altro. Perché il dolore si trasformerebbe in un fatto davvero risibile, quanto ipocrita.
E noi, i tifosi, accesi come un vulcano e pieni di tensione emotiva per le sorti della nostra squadra — che gioiamo o ci addoloriamo se vince o se perde, e se pareggia ci carichiamo di malinconia — che faremo? Andremo allo stadio come se nulla fosse? Ci metteremo, gli impossibilitati, davanti alla diretta televisiva, sorseggiando con amici e familiari un bel liquore o un ottimo bicchiere di vino?
Ma sì, che colpa ne abbiamo noi se la partita si terrà ugualmente? Non siamo di certo noi a poterla sospendere. Il Comune non può, la Federazione non vuole, la Società ha “coraggiosamente” ottenuto il minuto di raccoglimento, i dieci minuti iniziali di silenzio della curva e quel lungo striscione di solidarietà che non manca mai, con tanto di nomi della mamma e dei bambini, e tutti saremo a posto.
Le nostre coscienze si quieteranno. La nostra dimenticanza si affretterà a non perdere tempo.
E Genova è lontana assai, ma meno della via stretta e breve su cui si è aperto il più tragico balcone.








