Insieme alla difesa del diritto all’informazione è necessario coltivare la memoria di tutti quei giornalisti che hanno perso la vita nel tentativo di raccontare la verità
Dal 1993, ogni 3 maggio si celebra la Giornata Mondiale della Libertà di Stampa. Fu una decisione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su proposta dell’Unesco, che nel 1991, dal 29 aprile al 3 maggio, aveva organizzato a Windhoek, in Namibia, un seminario che sensibilizzasse e promuovesse la libertà della stampa africana, già da allora a grave rischio. Il risultato fu la redazione della cosiddetta Dichiarazione di Windhoek, che pone la libertà di stampa, il pluralismo e l’indipendenza dei media come elementi fondamentali per la difesa della democrazia e il rispetto dei diritti umani collegandosi all’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che già dal 1948 sosteneva con forza che «ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere».
Insieme alla difesa del diritto all’informazione è necessario coltivare la memoria di tutti quei giornalisti che hanno perso la vita nel tentativo di raccontare la verità. Ricordarli non è un gesto rituale, ma un atto di responsabilità civile: significa riconoscere che la libertà di stampa è una conquista fragile, continuamente esposta a minacce vecchie e nuove.
La storia italiana offre una testimonianza profonda e dolorosa di questo impegno. Dai casi più indietro nel tempo, come Cosimo Cristina e Mauro De Mauro, fino agli anni segnati dal terrorismo e dalla violenza mafiosa, il giornalismo ha rappresentato un baluardo contro l’opacità del potere. Figure come Carlo Casalegno e Walter Tobagi hanno pagato con la vita la loro dedizione alla verità, mentre Giuseppe Fava, Giancarlo Siani, Mario Francese e Peppino Impastato hanno denunciato con coraggio i sistemi mafiosi, spesso in condizioni di isolamento.
Questa memoria si intreccia con quella dei giornalisti italiani caduti all’estero, tra cui Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, insieme a Antonio Russo, Raffaele Ciriello, Enzo Baldoni, Fabio Polenghi e Andrea Rocchelli. Testimonianze forti e drammatiche di come il giornalismo italiano continui a essere presente nei contesti più rischiosi.
Sul piano internazionale, casi come Jamal Khashoggi, Shireen Abu Akleh e Arman Soldin dimostrano come il giornalismo resti una professione esposta a rischi estremi, soprattutto nei contesti di guerra e nei regimi autoritari. Secondo l’Unesco, oltre 1.600 giornalisti sono stati uccisi dal 1993, e nella maggior parte dei casi i responsabili restano impuniti.
Il Secondo Rapporto sulle tendenze mondiali dell’Unesco sulla libertà di espressione e lo sviluppo dei media (2022-2025) evidenzia che la libertà di espressione è diminuita del 10% dal 2012, una cifra che la Federazione Internazionale dei Giornalisti definisce «allarmante» e la cui portata «è paragonabile a quella osservata durante i periodi più travagliati del XX secolo». Nel 2025, «128 giornalisti sono stati uccisi nell’esercizio delle loro funzioni, e quest’anno altri 9 hanno già perso la vita».
Accanto alla violenza fisica, c’è poi una forma più silenziosa ma altrettanto insidiosa di limitazione della libertà di stampa: la marginalizzazione dei temi legati ai diritti civili. Sempre più spesso, questioni fondamentali come le disuguaglianze sociali, la tutela delle minoranze, i diritti delle donne, dei migranti e delle persone vulnerabili faticano a trovare spazio adeguato nell’informazione mainstream. Non si tratta soltanto di una carenza quantitativa, ma di un problema strutturale: la selezione delle notizie risponde a criteri economici, algoritmici e politici che tendono a privilegiare ciò che è immediatamente monetizzabile o polarizzante, piuttosto che ciò che è rilevante sul piano dei diritti.
In questo quadro, il rischio più profondo non è solo la censura esplicita, ma una forma di invisibilizzazione sistemica: i diritti civili non vengono negati apertamente, ma progressivamente sottratti allo spazio pubblico, fino a diventare marginali o residuali nel dibattito collettivo. È una dinamica più difficile da riconoscere e quindi più pericolosa, perché agisce senza conflitto apparente e produce assuefazione.
Le nuove tecnologie amplificano questa tendenza. Gli ecosistemi digitali selezionano e gerarchizzano, attraverso gli algoritmi le informazioni secondo logiche opache, in cui il valore democratico di una notizia non coincide necessariamente con la sua visibilità. In questo senso, la libertà di stampa non può più essere pensata solo come assenza di censura, ma come accesso equo e significativo alla sfera pubblica.
Chi, per cultura e scelta di vita, ha sempre presente che la libertà in senso universale (quindi tutte le libertà) sia il tema fondante della democrazia, vive ed opera nella convinzione che un uomo è libero quando è in grado di operare delle scelte; quindi, quando è in presenza di alternative. E la libertà di stampa si sposa con questo concetto: la stampa è libera se anche il fruitore dell’informazione è libero, anche di scegliere la fonte da cui attingere le informazioni che ritiene utili alla sua crescita e alla sua vita sociale.
In questo senso, si inserisce opportunamente il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) che in questa occasione, con il suo presidente Romano Pesavento, lancia l’idea di promuovere, all’interno delle istituzioni scolastiche, osservatori permanenti sull’informazione e i diritti umani, capaci di monitorare nel tempo la presenza (o l’assenza) dei temi civili nei media, analizzarne le modalità di rappresentazione e sviluppare pratiche di contro-narrazione fondate su rigore, verifica e responsabilità.
“Non si tratta solo di formare lettori critici – spiega Pesavento – ma di costruire comunità educative attive, in grado di produrre informazione, interrogare le fonti e incidere sul discorso pubblico. In questo modo, la memoria dei giornalisti uccisi non resta confinata al passato, ma diventa leva per trasformare il presente”.
La libertà di stampa non si misura soltanto da ciò che può essere detto, ma da ciò che viene effettivamente ascoltato. E oggi la sfida più radicale non è solo difendere la parola, ma restituire visibilità a ciò che il sistema tende a rimuovere. È in questo spazio critico che si gioca il futuro della democrazia.









