Sono state arrestate con l’accusa di associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, oltre che estorsione, episodi aggravati dal metodo mafioso e accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti
Blitz antidroga dei Carabinieri della Compagnia di Scalea con il supporto dei reparti territoriali dell’Arma, dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria e dell’8° Nucleo Elicotteri Carabinieri di Vibo Valentia, su disposizione della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro in Calabria, Campania, Sicilia ed Emilia Romagna
14 persone sono state arrestate con l’accusa di associazione finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti (soprattutto cocaina), oltre che estorsione, episodi aggravati dal metodo mafioso e accesso illecito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti.
L’inchiesta, denominata “Baia Bianca”, si è sviluppata attraverso attività investigative tecniche e tradizionali protrattesi per circa venti mesi che avrebbero fatto luce su un gruppo criminale organizzato secondo una rigida struttura gerarchica in modo piramidale.
Al vertice sarebbero stati individuati due promotori che, tramite un supervisore operativo, avrebbero coordinato corrieri incaricati di trasportare la droga dalla Campania per poi distribuirla a numerosi pusher attivi sul Tirreno cosentino e nella Valle del Noce.
Particolarmente significativo il ruolo di vertice di una donna chiamata “Rosy Abate”, come il personaggio di una nota fiction tv e proprio come il personaggio televisivo era considerata particolarmente influente e temuta all’interno del gruppo.
Nel corso delle attività investigative sono stati documentati diversi episodi di presunto spaccio culminati anche nel sequestro di cocaina e hashish, che proprio per evitare questi rischi veniva acquistata in dosi limitate e nascosta in due basi logistiche situate a Scalea.
Durante le indagini è venuto fuori come il gruppo utilizzasse minacce e intimidazioni per recuperare i crediti legati alla vendita di droga, con episodi ritenuti aggravati dal metodo mafioso e soprattutto come alcuni presunti vertici dell’organizzazione avrebbero continuato a gestire le attività del gruppo anche se si trovavano in carcere grazie all’utilizzo di smartphone introdotti clandestinamente all’interno della casa circondariale di Paola.








