A proposito del cosiddetto “patentino antifascista” imposto agli editori che partecipano alla fiera “Più libri più liberi” …quando la cultura dimentica la libertà
di Maurizio Bonanno
Sessant’anni fa, il 14 giugno 1966, la Chiesa cattolica aboliva ufficialmente l’Indice dei Libri Proibiti, l’Index Librorum Prohibitorum. Si chiudeva così una lunga stagione storica nella quale un’autorità stabiliva quali opere fossero lecite e quali no, quali idee meritassero di circolare e quali dovessero essere escluse. Fu una decisione che rappresentò, al di là delle valutazioni storiche e religiose, il riconoscimento di un principio fondamentale: la verità non ha bisogno della censura e la cultura non può prosperare senza libertà. La cultura cresce nel confronto, non nella selezione preventiva delle coscienze.
A sessant’anni di distanza, mentre quella ricorrenza dovrebbe indurre a riflettere sul valore del pluralismo, suscita più di una perplessità la scelta degli organizzatori della fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi” di richiedere agli espositori una preventiva dichiarazione di adesione ai valori dell’antifascismo.
Nessuno mette in discussione il ruolo storico dell’antifascismo nella nascita della Repubblica e nella costruzione della nostra democrazia. Il problema, tuttavia, non è il contenuto della dichiarazione ma il principio che essa introduce: si può subordinare l’accesso a una manifestazione culturale alla sottoscrizione di una professione di fede ideologica? Una manifestazione culturale può chiedere a un editore di certificare i propri convincimenti politici o ideologici come condizione per partecipare?
La risposta dovrebbe essere negativa per chiunque abbia a cuore le libertà costituzionali.
Non a caso, le critiche più severe sono arrivate da intellettuali che appartengono a tradizioni culturali tutt’altro che indulgenti verso il fascismo. Luciano Canfora ha definito la decisione «dissennata», ricordando che gli editori non sono funzionari pubblici chiamati a giurare fedeltà a un ordinamento. Massimo Cacciari ha parlato apertamente di «delirio» e di «follia». Luca Ricolfi ha richiamato il principio sancito dall’articolo 21 della Costituzione, sottolineando come sia profondamente illiberale pretendere da un cittadino una certificazione delle proprie convinzioni interiori.
Il punto centrale è proprio questo: nelle democrazie liberali non si giudicano le persone per ciò che pensano, ma per ciò che fanno. Si sanzionano i comportamenti illegali, non le opinioni. La cultura, per sua natura, dovrebbe essere il luogo dove le idee si confrontano, si criticano e talvolta si scontrano. Non il luogo dove si firmano autocertificazioni di conformità politica. Le democrazie liberali si distinguono dai regimi ideologici perché non pretendono adesioni formali ai valori dominanti. Pretendono invece il rispetto delle leggi. Se un editore pubblica contenuti che violano la normativa vigente, esistono magistratura e tribunali. Se invece rispetta le leggi, non dovrebbe essere costretto a esibire una patente ideologica per accedere a uno spazio pubblico di confronto culturale.
Quando si pretende una dichiarazione preventiva di conformità ideologica si introduce, magari inconsapevolmente, un criterio che appartiene più alle società dogmatiche che a quelle aperte.
La storia culturale italiana offre esempi illuminanti di quanto sia preziosa questa libertà.
Nel 1976 Francesco De Gregori venne processato simbolicamente durante un concerto al Palalido di Milano. Contestato da gruppi della sinistra extraparlamentare, accusato di essere diventato un artista “borghese” e distante dalle lotte sociali, fu costretto a subire un vero e proprio interrogatorio pubblico sulle sue idee, sul suo ruolo e perfino sulla sua coscienza politica. La sua colpa era quella di non voler trasformare la propria arte in un manifesto ideologico. De Gregori rivendicò, con il silenzio prima ancora che con le parole, il diritto a non dover rendere conto delle proprie convinzioni. Il diritto, cioè, a non essere costretto a dichiararsi. Concetto che ha ribadito in questi giorni, con il ritorno di contumelie contro di lui.
Anni dopo, Erri De Luca si trovò al centro di una vicenda opposta ma ugualmente significativa. Processato per alcune dichiarazioni contro la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa, lo scrittore difese con forza il principio della libertà di parola. Nel celebre testo “La parola contraria” sostenne che le opinioni non possono essere trascinate davanti a un tribunale solo perché sgradite o radicali. E venne assolto, proprio perché in uno Stato democratico il diritto di esprimere un pensiero, anche duro e controverso, non può essere confuso con un reato. Situazione nelle quale si ritrova anche oggi quando ha ribadito il suo sentirsi sionista.
Sono due storie diverse, ma unite da un medesimo insegnamento. La libertà comprende tanto il diritto di parlare quanto il diritto di non parlare. Comprende il diritto di manifestare apertamente le proprie idee e quello di non essere obbligati a professarle pubblicamente. Comprende il diritto di dissentire e quello di sottrarsi alle etichette.
È per questo che la richiesta avanzata agli editori appare sbagliata nel metodo prima ancora che nel merito. Perché introduce una logica secondo la quale, prima di partecipare al dibattito culturale, occorre dichiararsi conformi a una determinata ortodossia. Oggi l’argomento è l’antifascismo; domani potrebbe essere qualsiasi altra causa ritenuta moralmente o politicamente imprescindibile.
La cultura, invece, dovrebbe essere esattamente il luogo opposto: lo spazio nel quale le idee si confrontano liberamente senza certificati di appartenenza. Gli editori dovrebbero essere giudicati per i libri che pubblicano, gli scrittori per ciò che scrivono, i cittadini per il rispetto delle leggi. Non per le dichiarazioni preventive che sottoscrivono.

Sessant’anni dopo la fine dell’Indice dei libri proibiti, il rischio non è più quello di vietare apertamente i libri. È quello, più sottile, di pretendere attestati di conformità morale e politica per poter partecipare alla vita culturale. L’Indice dei libri proibiti appartiene alla storia e nessuno auspica il suo ritorno. Tuttavia, ogni epoca sviluppa le proprie forme di ortodossia. Cambiano i contenuti, cambiano i simboli, ma il rischio resta identico: sostituire il libero confronto con il controllo delle coscienze. Cambiano le forme, ma la tentazione resta la stessa: selezionare le persone in base alle idee che professano o che rifiutano di professare.
La libertà, invece, è qualcosa di molto più esigente. Significa difendere il diritto di Erri De Luca a parlare e quello di Francesco De Gregori a non rispondere. Significa accettare che in una società aperta nessuno debba essere costretto a firmare una dichiarazione sulle proprie convinzioni per poter pubblicare un libro, esporlo in una fiera o partecipare a un dibattito.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Mentre si celebra la libertà contro le censure del passato, si introducono nuove forme di selezione preventiva basate non sui comportamenti ma sulle opinioni. Non si vietano libri, certo. Ma si chiede agli editori di attestare una determinata appartenenza ideale per poter partecipare a una manifestazione che dovrebbe avere nella pluralità il proprio fondamento.
La libertà non si difende imponendo dichiarazioni di fedeltà. Si difende accettando che in una società democratica le persone possano pensare, scrivere e pubblicare liberamente, entro i limiti della legge. Tutto il resto, anche quando nasce dalle migliori intenzioni, assomiglia pericolosamente a ciò che la storia avrebbe dovuto insegnarci a superare.
Perché la libertà di pensiero non è una tessera da esibire all’ingresso. È il presupposto stesso della cultura.










