Quando c’è un qualche buio che persiste nella società, la democrazia spegne una dopo l’altra le sue luci di speranza, verità, giustizia
di Franco Cimino
No, no, no, non è possibile!
Ho fino a oggi – scrivendone continuamente e sempre con maggiore forza, denunciando quanto stava accadendo – pensato che il rischio per la democrazia in Italia fosse il più grave dei problemi. Un rischio sempre più pesante, di fronte al quale la svogliatezza, la rinuncia, la rassegnazione, l’indifferenza, l’incomprensione e l’ignoranza del popolo italiano appaiono l’emblema di una sofferenza sempre più grave della nostra società, un tempo ricca di idealità e di senso morale dell’agire collettivo.
Ma, dinanzi alla morte per soffocamento causata dalla lunga pressione esercitata da due agenti di polizia sul corpo di un uomo di quarantadue anni, inerme e già immobilizzato mani e piedi, temo che il problema più grave sia un altro ancora: la riduzione quasi al minimo del senso umano dello Stato. Dello Stato democratico, il nostro, costruito proprio sui valori inviolabili della persona e della vita umana. Persona e vita poste al centro della Costituzione più bella del mondo, che su quei valori ha scritto il grande libro dei doveri e dei diritti, a loro tutela.
L’uomo morto nelle mani di appartenenti alle forze dell’ordine dello Stato, chiamati sempre ad avere cura e capacità di protezione nei confronti di tutti i cittadini, si chiamava Abderrahim Fakir. Aveva quarantadue anni e una moglie. Forse anche dei figli. Era nato e vissuto in Marocco. Un marocchino, come spesso lo definiamo dalle nostre parti, con un tono e un significato tutt’altro che esaltativi.

I marocchini sono stati, insieme agli albanesi e poi ai polacchi, tra i primi immigrati venuti a sostenere la nostra economia malferma e le nostre famiglie affaticate. Fakir era in Italia da sette anni. Era il cosiddetto immigrato regolare, tanto per restare nel recinto delle definizioni stigmatizzanti. Faceva il facchino e, da chi lo conosceva, era considerato una persona educata e rispettosa. I fratelli e gli amici lo descrivono come un uomo buono e generoso. Certamente non un violento, non un delinquente, neppure di piccolo calibro, né una persona dedita a cattive azioni.
Le cronache raccontano che si trovava in uno stato di forte tensione, al limite delle escandescenze. Nulla di più, pare. Nessuna violenza, nessun tentativo di aggressione ai passanti. Una perdita di equilibrio che, in queste giornate roventi, può facilmente colpire i poveri e gli sfruttati di questa nostra società sempre più disumanizzante, che li costringe a lavorare senza garanzie e senza adeguate tutele perfino sotto il sole di un’estate soffocante, per un numero di ore spesso superiore a quello consentito dalle leggi sul lavoro. Nella Repubblica fondata sul lavoro, è bene ricordarlo.
Fakir probabilmente non era pazzo, ma soltanto un uomo malato di problemi, di disperazione, di fatiche impossibili. E forse quelle che venivano definite escandescenze non erano altro che incontrollate grida di disperazione, l’unica forma di protesta rimasta ai diseredati e agli immigrati, che troppo spesso non trovano tutela neppure nelle organizzazioni sindacali. Forse ci vorrebbe un sindacato, e magari anche un partito, soltanto per loro, visto che la nostra società continua a tenerli lontani dalla cosiddetta normalità.
Ho visto il video completo, della durata di diversi minuti, registrato dai cittadini presenti e ormai diffuso in tutta la rete mondiale. Dinanzi a quelle immagini di un uomo sofferente, che chiedeva aiuto e implorava pietà mentre si spegneva lentamente, dalla voce fino al battito del cuore, ho urlato insieme a mia figlia e ho pianto con lei.
Una morte assurda, che richiama alla memoria altre due morti simili: quelle di Riccardo Magherini e Federico Aldrovandi.
Ma come si può morire così? Nel terzo millennio, nel Paese che per secoli è stato culla della civiltà.
No. No. No. Non si deve morire così.
Fakir, il marocchino, il facchino, probabilmente non susciterà il clamore che media e politica stanno riservando ad altre vicende ritenute più redditizie sul piano dell’attenzione pubblica da una politica mediocre che, divisa su tutto, sembra avere smarrito il gusto e il calore della vita umana.
Fakir era disarmato. Di tutto.
Non passerà dalle cronache alla storia. Già oggi è relegato nelle ultime pagine dei giornali; domani scomparirà del tutto. Resteranno soltanto, sulle scrivanie delle questure, delle procure e forse di qualche prefettura, montagne di fascicoli e di atti d’inchiesta, che serviranno ad “accertare l’esatta dinamica dei fatti, le precise cause della morte e le eventuali responsabilità individuali”.
Non è questa la solita, vecchia formula utilizzata in casi analoghi, da Stefano Cucchi in avanti, per prendere tempo? E chissà che il tempo non finisca per attenuare la memoria, allontanare i fatti e lasciarli sospesi nell’aria sempre più cupa dell’oblio.
Sì. Si chiederà a tutti di attendere l’esito delle indagini. Nel frattempo verrà recitata la consueta filastrocca secondo cui “nessuno può essere considerato colpevole fino all’ultimo grado di giudizio e fino al completo accertamento delle responsabilità”.
Io continuo invece a seguire una regola non codificata, ma profondamente scolpita nella mia coscienza.
Questa:
Quando un essere umano, un qualsiasi cittadino, si trova nelle mani dello Stato, attraverso una qualsiasi delle sue articolazioni, è sempre lo Stato a dover rispondere di ciò che gli accade. Senza se e senza ma. Accertare le responsabilità degli uomini dello Stato e perseguirle con tutto il rigore civile, morale e giuridico previsto dalla legge è compito dello Stato stesso.
Questo è il principio che deve valere sempre. Sia quando si tratta di un danno, sia quando si tratta della morte, anche involontaria, di una persona. E deve valere anche sul piano del risarcimento, morale e materiale, dovuto ai familiari che quella persona hanno perduto per responsabilità dello Stato.
Altre strade, nell’Italia della Repubblica democratica, non ce ne sono.
Taluni, strumentalizzando altri fatti, pure drammatici, vorrebbero invece, dalle parti di Roma, imboccare scorciatoie per cambiare regole, cultura, storia e tradizione democratica e giuridica del nostro Paese. Ma spero, pur temendo il contrario, che vengano sconfitti. Anche dai settori più sensibili del loro stesso elettorato, come il recente referendum ha dimostrato.
Lo spero davvero. Perché appartengo a una generazione che è stata testimone della resistenza del popolo italiano dinanzi ai tentativi, rossi e neri — e più pericolosamente neri — che, tra la fine degli anni Sessanta e tutti gli anni Settanta, cercarono di mettere in ginocchio l’Italia e di abbattere la democrazia.
Della tragedia di oggi mi colpisce anche la coincidenza che la colloca, quasi beffardamente, accanto a due drammatici anniversari: quello della morte del giudice Paolo Borsellino e quello dei tragici fatti del G8 di Genova del 2001, consumatisi nello scontro tra forze dell’ordine e manifestanti.
A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio e a venticinque anni dall’orrore della città ligure, mentre si sarebbe dovuto accertare tutto, ancora oggi molto resta oscuro. E quando c’è un qualche buio che persiste nella società, la democrazia spegne una dopo l’altra le sue luci di speranza, verità, giustizia.










