La lettera di uno studente alla Regione e all’Università Magna Graecia: «Ho studiato, mi sono laureato in tempo e con ottimi risultati. Ma per continuare a studiare nella mia terra potrei essere costretto ad andare via»
Appena pochi giorni fa abbiamo pubblicato una riflessione pensando a molti dei nostri ragazzi che se ne vanno perché non vedono futuro. Ma ce ne sono altri, forse ancora più coraggiosi, che decidono di restare perché quel futuro vogliono costruirselo qui.
Sono ragazzi che meritano attenzione. Non soltanto perché hanno studiato, perché si sono impegnati, perché hanno ottenuto risultati. Ma perché, in una terra che da decenni combatte contro l’emorragia dei suoi giovani migliori, hanno fatto una scelta che dovrebbe essere considerata quasi un atto di fiducia: credere che sia possibile realizzarsi in Calabria.
È per questo che una lettera arrivata in redazione non può essere liquidata come la protesta di uno studente alle prese con una graduatoria universitaria.
È molto di più. È il racconto di un paradosso che dovrebbe far riflettere chiunque abbia responsabilità nelle istituzioni.
A scrivere è uno studente del corso di laurea triennale in Scienze e Tecniche di Psicologia Cognitiva, che ha scelto di rivolgersi al presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, al rettore dell’Università Magna Graecia di Catanzaro Giovanni Cuda e agli assessori regionali competenti, oltre che al Senato Accademico. La sua denuncia riguarda una situazione che, scrive, coinvolge decine di studentesse e studenti.
Il tema è quello dell’accesso ai corsi di laurea magistrale in Psicologia Cognitiva e Neuroscienze e in Psicologia Forense e Criminologica. I posti disponibili, quest’anno, sono 90.
E qui arriva il punto sul quale lo studente chiede di aprire una riflessione: l’accesso avviene attraverso il click day, cioè secondo l’ordine cronologico con cui vengono presentate le domande. Non attraverso una valutazione del percorso universitario, dei risultati ottenuti, della qualità della carriera. Prima arriva la domanda, prima si conquista il posto.
Un meccanismo che, secondo chi scrive, finisce per trasformare il merito in una questione di velocità.
E allora accade qualcosa che ha il sapore dell’assurdo.
Da una parte la Regione Calabria finanzia il Reddito di Merito, misura che lo stesso studente riconosce e ringrazia, proprio perché rappresenta una scelta di investimento sulle giovani generazioni. Dall’altra, però, può accadere che uno studente risulti idoneo a quel beneficio e non riesca concretamente a proseguire il proprio percorso universitario nella propria regione.
Non perché non abbia studiato abbastanza. Non perché abbia fallito. Non perché non abbia i requisiti. Ma perché non è riuscito a entrare in una graduatoria determinata dal momento esatto nel quale è stato premuto un pulsante.
È questo il cortocircuito: il merito riconosciuto sulla carta è vanificato nella realtà.
La lettera racconta infatti di studenti laureati «con ottimi risultati e nel minor tempo possibile» che non hanno avuto la possibilità di continuare la propria carriera accademica in Calabria, ritrovandosi davanti alla prospettiva di dover scegliere un ateneo fuori regione, con le conseguenti difficoltà economiche e personali.
E qui la questione smette definitivamente di essere soltanto universitaria. Diventa una questione politica.
Non politica nel senso partitico del termine, ma nel senso più alto della parola: quale Calabria vogliamo costruire?
Perché non basta dire ai giovani di restare. Bisogna creare le condizioni perché possano farlo.
Non basta parlare di contrasto alla fuga dei cervelli se, contemporaneamente, un ragazzo che ha scelto di studiare in Calabria, di laurearsi in Calabria e di immaginare qui il proprio futuro si trova costretto a valutare un trasferimento fuori regione per poter semplicemente continuare il proprio percorso.
E non basta neppure istituire strumenti importanti come il Reddito di Merito.
Bisogna fare in modo che quegli strumenti possano incontrare concretamente i ragazzi ai quali sono destinati. Altrimenti rischiamo di costruire una Calabria schizofrenica: una Regione che finanzia i giovani perché restino e un sistema che, contemporaneamente, può spingerli ad andarsene.
Naturalmente non è questa la sede per stabilire responsabilità che andranno eventualmente chiarite dalle istituzioni interessate. E proprio per questo la lettera va letta per quello che è: una richiesta di attenzione, di confronto e soprattutto di risposta.
Lo stesso studente riconosce che, per l’anno accademico in corso, la situazione è ormai irreversibile. Ma proprio per questo chiede che quanto accaduto possa servire a evitare che il problema si ripeta per i futuri studenti.
È una richiesta ragionevole. E forse anche doverosa.
Perché dietro quei 90 posti non ci sono soltanto numeri. Ci sono 90 progetti di vita.
E dietro quelli che non riescono ad accedere ce ne sono altri, con le loro aspettative, i sacrifici delle famiglie, gli anni passati sui libri, l’idea — oggi tutt’altro che scontata — che una laurea possa diventare il primo mattone di una vita costruita nella propria terra.
A quel ragazzo che ha scritto alla nostra redazione, dunque, vogliamo dire una cosa semplice: Non smettere di crederci.
Continua a difendere il tuo progetto. Continua a pensare che sia possibile diventare ciò che vuoi diventare senza necessariamente dover prendere un treno per andare via dalla Calabria.
Perché il problema non è soltanto il tuo futuro. È anche il nostro.
E se una regione perde i propri giovani non perde semplicemente studenti, laureati o professionisti. Perde pezzi del proprio domani.
Per questo la sua lettera merita una risposta. Non una risposta burocratica. Non una risposta fatta di formule.
Una risposta capace di spiegare come si intenda impedire che, d’ora in avanti, tra il merito di un ragazzo e il suo diritto a continuare a studiare nella propria terra ci sia soltanto la fortuna di aver cliccato qualche secondo prima.









