Guardie Ambientali d’Italia in campo per salvare un albero monumentale di Gagliato. La segnalazione al Comune risale al 10 febbraio 2025. La scheda di censimento ne evidenzia dimensioni, rarità, valore storico-culturale e paesaggistico
Ora serve una risposta delle istituzioni e – se è il caso – una mobilitazione dell’opinione pubblica.
Perché ci sono alberi che si piantano. E poi ci sono alberi che, semplicemente, si lasciano vivere. Si devono lasciare vivere.
Perché quando un ulivo ha alle spalle 120, forse 150 anni, non è più soltanto un albero. È diventato paesaggio, memoria, testimonianza. Ha visto cambiare strade, generazioni, campagne e paesi. Ha resistito alle stagioni e agli uomini. E quando qualcuno decide che può essere sacrificato perché si trova esattamente dove deve passare una strada, la domanda non può essere soltanto se sia tecnicamente possibile abbatterlo.

La domanda vera è un’altra: siamo davvero sicuri che non esista un modo per salvarlo?
È questa la battaglia che le Guardie Ambientali d’Italia, guidate dal comandante provinciale Lino Borello, hanno deciso di portare davanti alle autorità competenti. E su questa battaglia ViViPress sceglie di schierarsi apertamente al loro fianco.
Non per un generico ambientalismo di maniera. Non per trasformare un ulivo in un feticcio contro il progresso. Una strada è importante, lo sviluppo infrastrutturale è necessario e nessuno può pensare di fermare la modernizzazione di un territorio per principio.
Ma proprio perché il progresso dovrebbe essere intelligente, davanti a un albero con caratteristiche del tutto particolari è doveroso chiedersi se la soluzione debba necessariamente essere la motosega.
La comunicazione delle Guardie Ambientali d’Italia è stata trasmessa al Comune di Gagliato il 10 febbraio 2025. Il contenuto è inequivocabile: viene segnalata la presenza, lungo il tracciato della nascente superstrada delle Serre, nel tratto Gagliato-Soverato, di un ulivo ritenuto di straordinario valore.
La scheda allegata non è una semplice fotografia sentimentale dell’albero. È la scheda di segnalazione per il censimento degli alberi monumentali, richiamando la legge 14 gennaio 2013, n. 10, articolo 7. E quello che emerge è impressionante.

L’ulivo viene indicato con un’altezza stimata di circa 20 metri e una circonferenza del fusto, misurata a 1,30 metri da terra, di circa 8 metri. Nella scheda vengono inoltre barrate le voci relative alle dimensioni notevoli, alla forma o portamento particolare, alla rarità botanica, al valore architettonico, al valore storico-culturale o religioso e al valore paesaggistico.
Non una sola caratteristica. Tutte.
E proprio per questo la questione merita di essere affrontata con la massima attenzione.
L’ulivo appartiene alla storia della Calabria molto più di quanto talvolta siamo disposti a riconoscere.
È stato lavoro, economia, fatica, identità. Ha accompagnato la vita delle famiglie contadine, ha segnato i confini dei terreni, ha resistito alla siccità e alle intemperie. Un ulivo secolare non è soltanto una presenza verde: è una pagina di storia scritta senza inchiostro. Quello di Gagliato, secondo la segnalazione delle Guardie Ambientali, potrebbe diventare una delle vittime silenziose di un’opera infrastrutturale. Invece noi crediamo che prima di abbatterlo sia necessario fare tutto ciò che è possibile per evitarlo.
Non sappiamo se il tracciato possa essere modificato. Non sappiamo se esistano soluzioni tecniche alternative. Non sappiamo neppure quale sarà, alla fine, la valutazione degli organismi competenti, ma proprio per questo chiediamo che quelle valutazioni vengano fatte fino in fondo.
Perché un albero che può essere sostituito con un altro albero non è necessariamente sostituibile.
Le Guardie Ambientali d’Italia il loro dovere lo hanno fatto. Hanno individuato l’albero, ne hanno evidenziato le caratteristiche, hanno compilato una specifica scheda di censimento e hanno interessato le autorità.
Adesso la palla passa alle istituzioni. E sarebbe auspicabile che nessuno rispondesse semplicemente con la logica, tanto comoda quanto sbrigativa, secondo cui «il tracciato è quello e l’albero è in mezzo».
Perché un’amministrazione pubblica non dovrebbe mai considerare la natura come qualcosa che sta semplicemente “in mezzo” alle proprie opere. Dovrebbe considerarla parte del territorio da governare.


Ed è proprio qui che la vicenda di questo ulivo può diventare qualcosa di più di una battaglia locale. Può diventare un piccolo, ma significativo, banco di prova di quale idea di sviluppo vogliamo per la Calabria.
Abbiamo bisogno di strade migliori. Abbiamo bisogno di collegamenti più rapidi. Abbiamo bisogno di infrastrutture. Ma abbiamo anche bisogno di dimostrare che costruire una strada nel XXI secolo non significa necessariamente cancellare tutto ciò che incontra sul proprio cammino.
La vera modernità, semmai, consiste nel riuscire a conciliare le due cose. La strada e l’ulivo. Il futuro e la memoria. Il progresso e il rispetto del territorio.
Se esiste una soluzione tecnica per salvare quell’albero, va cercata. Se non esiste, va dimostrato perché non esiste. Se esiste una procedura per riconoscerne il carattere monumentale, va verificata fino in fondo. Se le autorità devono assumere una decisione, devono poterlo fare conoscendo ogni elemento della vicenda.
E soprattutto, non si dovrebbe arrivare all’abbattimento prima di avere esaurito ogni possibilità di evitarlo.
In questa vicenda c’è anche una ragione in più per dare attenzione alla segnalazione.
Conosciamo e apprezziamo il lavoro e i valori del comandante Lino Borello e delle Guardie Ambientali d’Italia. Ed è proprio per questo che riteniamo che questa iniziativa non debba rimanere confinata dentro una comunicazione protocollata o dentro una scheda conservata in qualche ufficio.
Deve diventare una questione pubblica.
Perché quando un’organizzazione che opera sul territorio individua un bene naturale di questo genere e ne segnala formalmente l’importanza, la società civile ha il diritto di sapere che cosa accadrà dopo.
E allora l’appello è semplice.
Guardate quell’ulivo. Andate a vederlo. Conoscetelo.
Prima che diventi soltanto una fotografia. Prima che qualcuno possa dire che era bello, antico, imponente, raro, importante.
Perché sarebbe davvero paradossale che una Calabria che cerca continuamente occasioni per raccontare la propria identità, il proprio paesaggio e il proprio patrimonio, poi non riuscisse a trovare il modo di salvare un pezzo autentico di quella stessa storia.
Quell’ulivo non ha una voce. Per questo, oggi, tocca a noi prestargliela.
E tocca alle istituzioni dimostrare che una strada verso il futuro può ancora trovare spazio senza dover necessariamente passare sopra la memoria.









