Poco dopo la mezzanotte Sandro Mazzola se n’è andato. Aveva 83 anni. Lo ha annunciato l’Inter, la sua Inter, quella maglia che aveva indossato per tutta la carriera
di Maurizio Bonanno
Io non so bene come si scrive di una cosa così.
Perché questa volta non vorrei fare il giornalista, non vorrei scrivere un articolo, non vorrei mettere in fila una carriera, una serie di numeri, di trofei, di date. Quelli li conosciamo tutti. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali, l’Europeo con la Nazionale, la finale del Mondiale del 1970, la Partita del Secolo, la staffetta con Rivera. Tutto vero, tutto enorme.

Ma Sandro Mazzola, per me, non è questo.
O meglio, è anche questo. Ma prima di tutto è un bambino di cinque anni.
Sono io quel bambino.
E devo tornare lì, a quando avevo cinque anni, davanti alla televisione. Non ricordo la partita, non ricordo il risultato, non ricordo nemmeno con precisione chi ci fosse intorno a me. Ma ricordo lui. Ricordo Sandro Mazzola.
È una cosa strana, la memoria. Ci sono avvenimenti della vita che abbiamo vissuto da adulti e che il tempo ha sbiadito, mentre rimangono intatti frammenti di quando eravamo bambini. Un’immagine, una voce, un volto. E per me quel volto era quello di un ragazzo con i baffi, elegante, leggero, diverso dagli altri.
Io non sapevo ancora cosa significasse essere interista. Non sapevo che avrei passato una vita a soffrire, gioire, arrabbiarmi, esultare per quei colori. Non sapevo che una squadra di calcio potesse entrare così profondamente dentro la vita di una persona.
Lo scoprii quel giorno.
Guardavo Mazzola e mi sembrava che quando lui toccava il pallone succedesse qualcosa.
Gli altri giocavano a calcio. Lui sembrava inventarlo. Aveva un’eleganza che pareva cucita addosso, come se gliela avesse tagliata un sarto. E poi quei baffi. E quel modo di partire, improvvisamente, lasciando che il pallone diventasse qualcosa di diverso da un pallone.
Aveva un modo tutto suo di muoversi, di partire, di cambiare ritmo. C’era qualcosa di elegante nei suoi gesti, ma non era un’eleganza costruita, ostentata. Era naturale. Sembrava che fosse nato così. La partita poteva essere tattica, difficile, chiusa. Poteva esserci un sistema, uno schema, una consegna.
Poi arrivava lui: un dribbling, uno scatto, un pensiero più veloce degli altri. E la geometria diventava fantasia.

E io, che avevo cinque anni, me ne innamorai. Semplicemente. Senza sapere perché.
Forse è così che nascono le passioni vere. Non le scegli. Ti vengono addosso quando sei troppo piccolo per difenderti e poi ti restano dentro per tutta la vita.
Quel giorno nacque un interista. E quell’interista sono ancora io.
Quando penso a Sandro Mazzola, ricordo che il primo libro che mi fu regalato era proprio il suo: “Sandro Mazzola vi insegna il calcio”. È ancora qui, nella mia libreria, al suo posto in mezzo a centinaia di libri che oggi adornano il mio studio.

E poi… mi tornano in mente le figurine Panini.
Erano i nostri social network, allora. Erano il nostro modo di conoscere il mondo del calcio. Le tenevamo nei quaderni, tra le pagine dei libri, insieme al sillabario. Le scambiavamo, le cercavamo, le contavamo.

Ma Mazzola no.
Mazzola non si scambiava. Neanche se ne avevi un doppione. Quello lo tenevi. Era troppo importante.
Mi viene da sorridere oggi pensando a quanto fosse seria quella cosa per un bambino. Ma forse non era affatto una cosa da bambini. Forse era già una forma di appartenenza.
Come quella maglia nerazzurra che, per me, non avrebbe più avuto alternative.
Non potevo tifare per un’altra squadra. Non potevo amare un’altra maglia. Perché quella era la maglia di Sandro Mazzola.
E Mazzola, nella mia testa di bambino, era l’Inter.
Poi ho imparato la storia. Ho imparato chi erano Meazza, Herrera, Moratti, Facchetti, Picchi, Suárez. Ho imparato che quella squadra aveva costruito un’epoca. Ho imparato che Sandro Mazzola era arrivato all’Inter da ragazzino, che era cresciuto anche sotto gli occhi di Peppino Meazza, che aveva portato sulle spalle un cognome che avrebbe potuto schiacciare chiunque.
Valentino Mazzola. Superga.
Quella tragedia. Quel padre perduto quando Sandro aveva poco più di sei anni.
Un bambino che avrebbe potuto trascorrere la vita cercando di fuggire dall’ombra di quel cognome e che invece trasformò quella stessa ombra in una strada.

Ma queste cose, allora, non le sapevo.
Io vedevo Sandro. Sandro Mazzola. E mi bastava.
Poi ho scoperto tutto il resto.
Ho scoperto quel Juventus-Inter del 10 giugno 1961, quando Moratti ed Herrera, per protesta, mandarono in campo la Primavera. E dentro quella squadra c’era anche quel ragazzo di diciotto anni. Sandro Mazzola segnò su rigore l’unico gol nerazzurro di quella partita.
Ho scoperto la Grande Inter, quella che sembrava quasi una squadra costruita dalla fantasia di un bambino: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suárez, Corso.
Ancora oggi posso dirla tutta. È una filastrocca che il tempo non è riuscito a cancellare.
E poi Vienna, 1964. Il Real Madrid. La prima Coppa dei Campioni dell’Inter.
Due gol di Sandro Mazzole. Ventun anni.
Il titolo di capocannoniere in Serie A nel 1965 e quello della Coppa dei Campioni nel 1964. Secondo al Pallone d’Oro nel 1971, dietro Cruyff.
E poi la Nazionale. L’Europeo del 1968. La finale mondiale del 1970. La staffetta con Rivera, che divise l’Italia calcistica e consegnò alla memoria una delle più grandi stagioni della storia azzurra.

Quando leggo queste cose oggi mi sembrano incredibili. Ma forse la cosa più bella è che allora non avevo bisogno di sapere che Mazzola stava entrando nella storia. Per me era già tutto.
Non conoscevo le statistiche. Non conoscevo il valore di una Coppa dei Campioni. Non sapevo cosa significasse essere capocannoniere. Non sapevo cosa fosse il Pallone d’Oro.
Io sapevo soltanto che quando arrivava lui, qualcosa poteva succedere. E forse è questa la cosa che mi è rimasta più di tutte.
Quella sensazione che finché il pallone è lì, finché qualcuno può prenderlo, finché c’è qualcuno capace di inventare qualcosa, una partita non è mai veramente finita.
Crescendo ho capito che Sandro Mazzola era stato molto più di un campione. Era stato una bandiera. E oggi questa parola sembra quasi antica.
Una bandiera è uno che rimane. Uno che non cambia maglia. Uno che non si sposta perché altrove magari c’è qualcosa di più conveniente. Uno che appartiene a una storia e decide di restarci dentro.

Sandro Mazzola è entrato nell’Inter da ragazzino e non ne è più uscito.
Ci ha giocato. L’ha rappresentata. L’ha raccontata. L’ha difesa. L’ha servita anche dopo aver smesso di giocare. Il suo grande colpo da dirigente: portato all’Inter, il Fenomeno, Ronaldo.
E forse è per questo che oggi la sua morte mi sembra così difficile da accettare.
Perché non è soltanto morto un grande calciatore. È morto qualcuno che apparteneva al paesaggio della mia vita. Uno di quei volti che credevi avrebbero continuato a esserci per sempre, proprio perché li avevi incontrati quando eri bambino.

E quando se ne vanno loro, ti accorgi che insieme a loro se ne va anche qualcosa di te.
Se ne va il bambino che eri. Se ne va un pezzo di quella stagione della vita nella quale bastava una partita alla televisione per sentirsi felici.
E allora oggi non riesco a pensare alle Coppe. Non riesco a pensare ai numeri.
Penso a quel bambino di cinque anni. Penso a quello che guardava la televisione e vedeva un uomo con i baffi correre dietro a un pallone. E mi viene da chiedermi se quel bambino avrebbe mai immaginato che, sessant’anni dopo, avrebbe scritto di lui.
Forse no. Forse avrebbe semplicemente continuato a guardarlo.
Come si guarda qualcuno che, senza saperlo, sta diventando parte della tua vita.
È questo che fa il calcio quando è davvero calcio. Non ti lascia soltanto risultati. Ti lascia ricordi. Ti lascia persone che non hai mai incontrato e che, tuttavia, senti di avere conosciuto.
Ti lascia una voce, una maglia, un gesto. Ti lascia una formazione imparata a memoria. Ti lascia persino una figurina che non hai mai voluto scambiare.
E poi c’è quella frase. Quella che oggi mi arriva addosso più di tutte.
Sandro Mazzola aveva un ultimo desiderio: essere ricordato come un bravo uomo, uno che se la gioca anche quando è impossibile vincere.
E allora penso che forse, senza saperlo, quel bambino di cinque anni aveva capito qualcosa. Perché non mi sono innamorato di Mazzola soltanto perché segnava. Mi sono innamorato di quel modo di stare in campo. Di quella capacità di provare comunque. Di quel pallone che sembrava poter cambiare tutto. Di quella piccola follia per la quale, anche quando la partita sembra persa, qualcuno continua a correre.
Quel 9-1 è rimasto nella sua memoria proprio per questo. Perché ci sono partite che non puoi vincere. Eppure devi giocarle.
Forse è questa la lezione più bella che Sandro Mazzola lascia a chi, come me, lo ha incontrato da bambino.
Da bambini pensiamo che il calcio ci insegni a vincere. Poi diventiamo grandi e capiamo che qualche volta ci insegna a vivere.
A non arrendersi davanti all’evidenza. A non vergognarsi di provarci quando tutti gli altri hanno già deciso che è inutile. A prendere quel pallone. A guardare davanti.
E a giocare.
Anche quando è impossibile vincere. Soprattutto quando è impossibile vincere.
Perché alla fine, forse, un bravo uomo è proprio questo: uno che non si tira indietro davanti all’impossibile. Uno che se la gioca.
E oggi, mentre scrivo, mi sembra quasi di tornare bambino.
Ho di nuovo cinque anni. Davanti a me c’è un televisore. C’è una partita. E c’è Sandro Mazzola.
Lo guardo partire. E per un attimo non penso che sia morto. Penso soltanto che il pallone sia ancora lì. Che lui lo abbia appena preso. E che, come allora, possa ancora succedere qualcosa.
Ciao Sandro.
Io quella figurina non l’ho mai scambiata. E non la scambierò mai.
Milano, forse, quella luce non la accenderà più.
Ma quella che tu hai acceso in un bambino di cinque anni, quella è rimasta accesa. E lo rimarrà per tutta la vita.










