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Sanità, in Puglia 24 milioni per il 118. In Calabria restano gli “eroi”

Sanità, in Puglia 24 milioni per il 118. In Calabria restano gli “eroi”

da redazione
25 Settembre 2026
in sanità, politica
Tempo di lettura: 4 minuti
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La denuncia della giovane medico vibonese Alessia Piperno: «Ci hanno chiamati eroi, adesso siamo rimasti in quattro gatti. Perché un giovane medico dovrebbe restare qui?»

La Puglia mette sul tavolo 24 milioni di euro per il 118. Non è soltanto una notizia di bilancio: è una domanda che, attraversando il Pollino, arriva dritta in Calabria. Perché quando una Regione decide di investire sull’emergenza-urgenza, di remunerare le ore aggiuntive e di rendere più attrattivo il servizio per i giovani medici, inevitabilmente chi lavora dall’altra parte del confine comincia a chiedersi perché lì si possa programmare e qui si debba, ancora una volta, sopravvivere.

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La decisione della Giunta pugliese è stata ufficializzata il 23 settembre: 24 milioni di euro destinati al 118 per il 2026, con l’obiettivo dichiarato di riconoscere il lavoro dei medici già in servizio e favorire l’ingresso di nuovi professionisti. Le risorse consentiranno anche di remunerare ore aggiuntive, fino a un massimo di 250 per medico, mentre è prevista una complessiva riorganizzazione del servizio entro la fine dell’anno.

Una cifra. Un provvedimento. E, dall’altra parte dello Stivale, una ferita.

Perché questa notizia ha avuto l’effetto di riaprire una questione che a Vibo Valentia ed in Calabria si conoscie bene. Una questione che da tempo viene raccontata dalla voce di una giovane medico vibonese che il 118 lo vive sulla propria pelle, dentro le ambulanze, nei turni, nelle emergenze, nelle difficoltà quotidiane di chi dovrebbe essere messo nelle condizioni di salvare gli altri.

Alessia Piperno non usa mezze parole.

E forse è proprio questo il punto: quando a parlare è chi indossa davvero quel camice, certe parole fanno più male di qualsiasi comunicato istituzionale.

alessia piperno 2

La notizia della Puglia, per lei, non è motivo di polemica contro i pugliesi. È qualcosa di molto più amaro: il confronto con una realtà nella quale, almeno sul piano delle decisioni annunciate, si prova a dare una risposta alla crisi del 118: «Da medico del 118 in Calabria – scrive – provo una profonda e dolorosa rabbia».

È una rabbia che nasce anche dal ricordo.

Quello della pandemia, quando i medici, gli infermieri, gli autisti e tutti gli operatori dell’emergenza furono improvvisamente trasformati in “eroi”. Le tute protettive, i turni interminabili, l’impossibilità persino di fermarsi per andare in bagno, i colleghi che accusavano malori e finivano intubati. E intanto fuori c’erano i balconi, gli applausi, i ringraziamenti, le parole solenni delle istituzioni.

Gli eroi.

Poi il Covid è finito.

E gli eroi sono tornati ad essere lavoratori. Soltanto che, secondo la testimonianza di Piperno, sono rimasti anche stanchi, pochi e sempre più soli.

È qui che il suo ragionamento diventa una denuncia. Perché – sostiene – mentre si parla continuamente della necessità di convincere i giovani a restare in Calabria, il sistema sanitario regionale rischia di offrire proprio ai giovani professionisti le ragioni opposte.

Piperno descrive un 118 ridotto «al lumicino», con turni che vengono affrontati con organici inferiori a quelli che sarebbero necessari e con una transizione amministrativa tra ASP e Azienda Zero che, nella sua esperienza, alimenterebbe un senso di precarietà e di invisibilità.

Non è soltanto una questione di stipendio. È una questione di dignità professionale, organizzazione, sicurezza e futuro.

E nel suo sfogo entrano tutti gli uomini e le donne del 118.

Gli autisti, chiamati a intervenire nei casi più drammatici e a contribuire concretamente al soccorso, ma – denuncia Piperno – senza un pieno riconoscimento del ruolo di soccorritori. I volontari delle associazioni, indispensabili per tenere in piedi una parte del sistema, alle prese con una situazione che rischia di rendere sempre più difficile la loro permanenza nel servizio.

E poi i medici. Quelli che salgono sull’ambulanza sapendo che ogni intervento può trasformarsi in una corsa contro il tempo. Quelli che non possono permettersi il lusso di scegliere se quella notte ci sarà qualcuno a sostenerli.

La frase più dolorosa, però, arriva alla fine del suo ragionamento: «Perché io dovrei restare in Calabria?»

Non è una domanda politica.

È la domanda di una giovane professionista che si interroga sul proprio futuro. E proprio per questo dovrebbe essere ascoltata.

Perché la Calabria può continuare a pronunciare lo slogan della necessità di trattenere i giovani, oppure può chiedersi concretamente che cosa stia facendo per convincerli a rimanere.

La Puglia, intanto, una risposta l’ha messa nero su bianco: 24 milioni per il 118, con una parte delle risorse destinata alle ore aggiuntive e un progetto di riorganizzazione del servizio. Non significa che in Puglia tutti i problemi dell’emergenza-urgenza siano risolti. La stessa Regione parla infatti di una storica carenza di medici e di una riorganizzazione ancora da completare. Ma significa una cosa semplice: davanti a un problema si può anche decidere di investirci.

Ed è questa la domanda che la voce di Alessia Piperno consegna alla Calabria.

Non servono più balconi, applausi o medaglie simboliche. Non servono altri “eroi”.

Servono medici in numero sufficiente, turni sostenibili, autisti e soccorritori tutelati, volontari valorizzati, organizzazione, risorse e soprattutto la certezza che chi lavora per salvare una vita non debba sentirsi, a sua volta, abbandonato.

Perché l’emergenza non comincia quando arriva l’ambulanza. Comincia molto prima: da come una Regione decide di trattare chi, su quell’ambulanza, dovrà salirci.

Tags: 118ambulanzacalabriaeroimedicopuglia

redazione

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