Itinerari di vacanza suggeriti dalla giornalista esperta nel settore dei viaggi e delle crociere, per i lettori di ViViPress
di Liliana Carla Bettini
“Melior de cinere surgo” — Rinasco dalle mie ceneri ancora più bella.
Le parole incise sulla Porta Garibaldi evocano la fenice che risorge dalle fiamme ma raccontano soprattutto l’essenza di Catania. Una città più volte ferita da terremoti ed eruzioni e ogni volta capace di ricominciare.
Eppure, a pochi passi dai monumenti più celebrati, esiste un luogo dove questa capacità di rinascere ha assunto una forma completamente diversa.
Basta lasciare per qualche minuto le grandi prospettive del centro e allontanarsi dal Teatro Massimo Bellini e da Via Etnea. Le facciate monumentali cedono lentamente il posto a strade più strette, piccoli edifici, muri dipinti e angoli che sembrano appartenere a un’altra città.
Siamo a San Berillo, uno dei quartieri più particolari e controversi di Catania.



San Berillo fu per lungo tempo un quartiere densamente abitato, fatto di case popolari, botteghe e attività artigiane. La sua posizione, tra il centro della città e la zona della futura stazione ferroviaria, lo rese presto protagonista dei progetti di trasformazione urbanistica di Catania.
Già nei primi decenni del Novecento furono elaborati diversi piani per modificare profondamente il quartiere. L’obiettivo dichiarato era migliorare le condizioni igieniche e creare un collegamento più moderno tra il centro cittadino e la stazione.
Il cambiamento più radicale arrivò però negli anni Cinquanta.
Il grande piano di risanamento venne approvato nel 1951 e lo sventramento iniziò concretamente nel 1957. Intere porzioni del vecchio tessuto urbano furono demolite, numerose attività artigianali scomparvero e migliaia di abitanti furono trasferiti soprattutto verso il nuovo quartiere di San Leone, che proprio per questo sarebbe stato chiamato anche San Berillo Nuovo.
Il progetto non fu mai completato nella forma prevista.
Ancora oggi il grande vuoto urbano di Corso Martiri della Libertà racconta quella trasformazione incompiuta e rappresenta una delle ferite più evidenti lasciate nella città.
Ma San Berillo non è rimasto immobile.
Negli ultimi anni qualcosa ha cominciato lentamente a cambiare. Artisti, associazioni, residenti e nuove attività hanno riportato vita nei vicoli attraverso piccoli interventi, iniziative culturali, piante, colori e soprattutto street art.
Ed è forse proprio questa la parte più affascinante della passeggiata.

I muri diventano tele. Porte, saracinesche e vecchie facciate raccontano storie attraverso murales e installazioni. Tra edifici ancora segnati dal tempo compaiono improvvisamente colori accesi, piccoli giardini improvvisati e vasi realizzati recuperando gli oggetti più diversi.
Non è una riqualificazione perfetta né tantomeno conclusa.
Ed è proprio questo a rendere San Berillo interessante.
Qui convivono abbandono e creatività, fragilità e voglia di riscatto, memoria e trasformazione.
Uno degli angoli simbolo del quartiere è la piccola piazza oggi dedicata a Goliarda Sapienza, scrittrice e attrice catanese.
È uno spazio raccolto, quasi nascosto tra i vicoli, diventato uno dei punti di riferimento della rinascita culturale del quartiere.
Intorno alla piazza si incontrano opere di street art, locali e spazi recuperati che hanno contribuito a trasformare questa parte di San Berillo in un piccolo laboratorio urbano.
Qui vale la pena fermarsi.
Non tanto per cercare il monumento da fotografare quanto per osservare i dettagli, leggere i muri e lasciarsi sorprendere da ciò che compare dietro l’angolo.
San Berillo conserva però un’identità complessa.

Per decenni è stato conosciuto anche come uno dei quartieri a luci rosse più noti della città e questa parte della sua storia non è completamente scomparsa. Accanto ai nuovi locali e agli spazi culturali continuano a esistere situazioni di marginalità e realtà sociali molto diverse tra loro.
Per questo è importante visitarlo senza trasformarlo in una curiosità folkloristica.
Il modo migliore per scoprirlo è camminare lentamente, preferibilmente durante il giorno o nelle prime ore della sera, osservando gli interventi artistici e rispettando chi nel quartiere vive e lavora.
E soprattutto evitando di fotografare le persone senza chiedere il permesso.
San Berillo non possiede la monumentalità di Piazza Duomo, la grandiosità di Via Crociferi o l’eleganza barocca delle grandi chiese catanesi.
Possiede qualcosa di diverso.
È una città dentro la città.
Un luogo ferito che prova continuamente a reinventarsi e dove, tra un muro scrostato e un murale coloratissimo, si percepisce forse meglio che altrove quella capacità tutta catanese di ricominciare.
E allora il motto inciso sulla Porta Garibaldi sembra acquistare un significato ancora più profondo.
Melior de cinere surgo.
Rinascere dalle proprie ceneri.
A San Berillo non è soltanto una frase scolpita nella pietra.
È qualcosa che continua ad accadere.









