La povertà morale non conosce titolo di studio, professione o conto in banca. Il tempo possiede una strana forma di giustizia: non sempre cambia le persone, molto più spesso le rivela
di Antonella Moschella
Ci sono notizie che colpiscono non soltanto per i fatti raccontati, ma per il contrasto tra quei fatti e il ruolo ricoperto dalla persona coinvolta. È quanto accade nella vicenda del giudice penale trentacinquenne del Tribunale di Cosenza, ex commissario di polizia ed entrato in magistratura da circa un anno, sospeso cautelarmente dalle funzioni e dallo stipendio dalla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura.
Al magistrato vengono contestati fatti avvenuti a Cosenza ai danni di una ragazza di 18 anni. Secondo la denuncia della giovane, l’uomo l’avrebbe avvicinata in automobile con il pretesto di chiederle indicazioni per raggiungere il Duomo, per poi rivolgerle frasi a sfondo sessuale e mostrarle i genitali.
La ragazza avrebbe avuto la prontezza di fotografare la targa dell’automobile, permettendo ai Carabinieri di risalire al proprietario.
La ricostruzione del magistrato è diversa su un punto sostanziale. Secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbe riconosciuto di avere rivolto alla giovane un invito a sfondo sessuale e di avere portato una mano all’altezza dei pantaloni, ma avrebbe negato di essersi esposto.
La Procura generale della Cassazione ha chiesto la sospensione cautelare, successivamente disposta dal Csm, mentre sul piano penale il magistrato risulta indagato dalla Procura di Salerno per le ipotesi di atti osceni in luogo pubblico e molestie. La difesa ha annunciato ricorso contro il provvedimento disciplinare. Le responsabilità penali, naturalmente, dovranno essere accertate nelle sedi competenti e fino ad allora rimane fermo il principio della presunzione di innocenza.
Ma al di là dell’esito giudiziario, questa vicenda pone una questione molto più ampia.
Quando emergono accuse di questa natura nei confronti di persone istruite, affermate professionalmente e investite di funzioni prestigiose, lo stupore nasce inevitabilmente da una domanda: com’è possibile?
Forse perché continuiamo a commettere un errore: confondiamo l’istruzione con la statura morale.
Un uomo può avere studiato per anni, superato concorsi difficilissimi, indossato prima una divisa e poi una toga. Può conoscere codici, leggi e procedure. Tutto questo dimostra un percorso professionale. Non dimostra automaticamente correttezza, sensibilità, rispetto o profondità umana.
Studiare può rendere competenti. Non necessariamente rende migliori.
Ed è proprio questo che lascia sgomenti quando vengono raccontati fatti del genere: il cortocircuito tra ciò che una persona rappresenta agli occhi della società e i comportamenti che le vengono attribuiti.
Siamo abituati a osservare l’abito, il titolo, la professione, la posizione sociale. Costruiamo inconsapevolmente un’immagine della persona partendo dalla sua cornice. Ma una cornice preziosa non rende prezioso il quadro che contiene.
È questa, forse, la metafora più semplice dell’apparenza.
La toga può rivestire un corpo, non una coscienza.
Una laurea può certificare ciò che una persona sa, non ciò che una persona è.
Un concorso può selezionare competenze, non garantire nobiltà d’animo.
Ed è per questo che, quando emergono accuse per molestie, violenze, corruzione o altri comportamenti incompatibili con l’immagine pubblica di persone apparentemente irreprensibili, lo stupore è così forte. Non perché determinati reati appartengano a una particolare categoria sociale — non è così — ma perché siamo ancora portati a pensare che cultura, posizione e prestigio costituiscano una sorta di barriera contro la pochezza morale.
Non lo sono.
La povertà morale non conosce titolo di studio, professione o conto in banca. Può nascondersi dietro un vestito elegante come dietro una toga, dietro parole raffinate come dietro una reputazione costruita negli anni.
Ed è forse questa la parte più amara: l’apparenza può resistere a lungo, ma difficilmente resiste per sempre.
All’inizio vediamo ciò che una persona decide di mostrarci. Poi arrivano i comportamenti, le contraddizioni, le scelte. E lentamente ciò che era nascosto comincia ad affiorare.
Il tempo possiede una strana forma di giustizia: non sempre cambia le persone, molto più spesso le rivela.
Per questo non c’è delusione più grande dello scoprire che dietro un’immagine apparentemente impeccabile esisteva qualcosa di profondamente diverso. E, allo stesso modo, non c’è forse fortuna più rara dell’incontrare persone belle fuori e soprattutto belle dentro, nelle quali ciò che appare coincide davvero con ciò che sono.
Perché alla fine cadono i titoli, cadono le divise, cadono le toghe e cadono persino le maschere. Rimangono i comportamenti.
E sono quelli, molto più di qualsiasi curriculum, a raccontare la statura morale di un essere umano.
L’apparenza può ingannare gli occhi e il prestigio può impressionare la società, ma il tempo, prima o poi, toglie la cornice e lascia davanti a noi soltanto il quadro.
Le maschere, prima o poi, cadono. Possono resistere giorni, mesi, perfino anni, protette dalle apparenze, dalle parole, dal prestigio e dal ruolo sociale. Ma nessuna maschera può essere indossata per sempre.
Perché si può controllare ciò che si mostra agli altri, ma è molto più difficile nascondere per sempre ciò che si è realmente. Prima o poi arriva un comportamento, una scelta, un gesto che apre una crepa nell’immagine costruita.
Ed è allora che l’apparenza smette di proteggere la realtà.Il tempo non sempre cambia le persone: spesso si limita a smascherarle. E quando la maschera cade, non conta più ciò che una persona sembrava essere, ma ciò che i suoi comportamenti hanno rivelato.










