È assolutamente legittimo interrogarsi sull’opportunità della sede. È meno condivisibile spostare il giudizio dalle opere alle persone riportando il loro passato giudiziario
di Antonella Moschella
La presenza di Wanna Marchi e Stefania Nobile nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, dove hanno ricevuto il “Premio Internazionale della Cultura” per i rispettivi libri, ha inevitabilmente suscitato polemiche. E probabilmente è proprio la scelta del luogo a rappresentare l’aspetto più discutibile dell’intera vicenda.
Va precisato che non si è trattato di un riconoscimento conferito da Roma Capitale, ma di un’iniziativa privata ospitata in una sede istituzionale. Eppure i luoghi possiedono un linguaggio e un valore simbolico: celebrare un premio denominato “della Cultura” nella Sala della Protomoteca del Campidoglio conferisce inevitabilmente alla manifestazione, almeno nella percezione collettiva, un’autorevolezza particolare.
È quindi assolutamente legittimo interrogarsi sull’opportunità della sede. Così come è legittimo domandarsi quale sia stata la valenza culturale delle opere premiate, quali criteri siano stati utilizzati per selezionarle e quali motivazioni abbiano portato all’attribuzione dei riconoscimenti.
Si può discutere un libro. Si può criticarne il contenuto, il valore letterario, culturale o sociale. Si può persino ritenere che un’opera non possieda caratteristiche tali da meritare un premio che porta nel proprio nome una parola importante come “cultura”.
Ciò che appare meno condivisibile è spostare continuamente il giudizio dalle opere alle persone, riportando Wanna Marchi e Stefania Nobile esclusivamente al loro passato giudiziario.
Quel passato esiste e non deve essere cancellato né riscritto, ma esiste anche un principio fondamentale: una pena, una volta scontata, non può trasformarsi in un ergastolo sociale.
Se una società afferma di credere nella funzione rieducativa della pena, deve essere coerente anche quando questa convinzione viene messa alla prova da personaggi che hanno avuto vicende giudiziarie molto esposte mediaticamente. Non si può sostenere che una persona debba reinserirsi nella società e contemporaneamente impedirle, per sempre, di essere qualcosa di diverso dal reato commesso. Altrimenti la porta del carcere si apre, ma quella della società rimane chiusa.
È questa forse la contraddizione sulla quale bisognerebbe riflettere.
Il passato è una pagina della vita, non necessariamente l’intero libro. Può essere una pagina grave, perfino impossibile da dimenticare, ma nessun essere umano dovrebbe essere costretto a leggerla all’infinito senza avere il diritto di scriverne altre.
Questo non significa trasformare il cambiamento in un lasciapassare per qualsiasi riconoscimento. Al contrario. Proprio separando la persona dal suo passato diventa possibile formulare la domanda più corretta: questi libri, indipendentemente da chi li ha scritti, possiedono davvero un valore tale da meritare un Premio Internazionale della Cultura?
È su questo che dovrebbe concentrarsi il confronto.
Non sulla possibilità per Wanna Marchi e Stefania Nobile di ricominciare, perché quella possibilità dovrebbe appartenere a chiunque abbia saldato il proprio debito con la giustizia. Ma sul significato del premio, sulla qualità delle opere, sui criteri adottati e sull’opportunità di utilizzare una sede dal valore istituzionale così forte.
Si può quindi considerare fuori luogo il luogo, senza considerare fuori dalla società per sempre le persone.
Si può contestare un premio senza pretendere di infliggere una seconda condanna.
Si può ricordare il passato senza usarlo come una catena perché una società realmente civile non è quella che dimentica gli errori, ma quella che sa distinguere la memoria dalla condanna perpetua.









