12 le misure cautelari, di queste 7 in carcere e 5 agli arresti domiciliari nei confronti di esponenti della cosca Costa Filippone
Dodici misure cautelari, di cui sette in carcere e cinque agli arresti domiciliari, sono state eseguite questa mattina Carabinieri del Comando provinciale di Reggio nell’ambito di un’inchiesta, coordinata dalla Procura antimafia di Reggio Calabria, che puntava a ricostruire assetti, ruoli e attività attribuite alla cosca Costa-Filippone di Melicucco, nella Piana di Gioia Tauro.
Le accuse contestate, a vario titolo, sono pesantissime: associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata, violenza privata aggravata, detenzione illegale di armi e detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Uno degli aspetti più rilevanti dell’indagine riguarda il ruolo attribuito dagli investigatori a Rosario Costa, detto “Angelo”, che sarebbe il capo promotore dell’associazione mafiosa finita al centro dell’inchiesta. La ricostruzione degli inquirenti affonda le proprie radici nella seconda metà degli anni Novanta, un periodo che secondo l’accusa avrebbe segnato un passaggio importante negli equilibri criminali di Melicucco, proprio quando Rosario “Angelo” Costa avrebbe assunto un ruolo di primo piano “a seguito di contrasti con la fazione mafiosa diretta da Rocco Santo Filippone. È in quel contesto, secondo gli investigatori, che avrebbe acquisito il controllo del “locale” di Melicucco, agendo insieme al fratello Carmelo ricevendo anche una vera e propria investitura formale proveniente da un esponente di rilievo della criminalità organizzata della vicina Rosarno. Un passaggio che assume particolare importanza nell’impianto dell’inchiesta perché punta a ricostruire non soltanto singoli episodi contestati, ma la stessa evoluzione dei rapporti di forza che avrebbero caratterizzato la struttura mafiosa del territorio.
Il gruppo, poi, attraverso l’estorsione aggravata, una delle fattispecie storicamente più rilevanti nelle attività di contrasto alla criminalità organizzata, e la violenza privata aggravata tendeva ad allargare la capacità del gruppo di esercitare pressione sul territorio il tutto garantito grazie al possesso di armi che serviva anche per gestire il traffico di sostanze stupefacenti.
Sono finiti in carcere
Rosario Costa (detto “Angelo”, ritenuto capo promotore)
Carmelo Costa
Pasquale Costa
Salvatore Costa
Salvatore Ammazzagatti (per il quale il GIP ha escluso l’accusa di associazione mafiosa)
Salvatore Magiaruga
Dario Varamo
Per altri cinque indagati, il giudice ha invece disposto gli arresti domiciliari:
Gabriele Bruzzese
Domenico Giuseppe Galatà
Domenico Antonio Napoli
Giuseppe Politanò
Giorgio Varone










