Questa piazza era nata negli anni ’30 del secolo scorso. E nel corso dei decenni era diventata qualcosa che nessun progetto può prevedere fino in fondo: un luogo della memoria collettiva
di Maurizio Bonanno
Lo dico subito, perché questa volta sarebbe troppo facile scegliere una delle due verità e fare finta che l’altra non esista.
Il premio “IN/ARCHITETTURA 2026 Calabria” è un riconoscimento prestigioso. È stato assegnato da un organismo qualificato del mondo dell’architettura e la motivazione è tutt’altro che banale: centralità civile, ricomposizione delle relazioni urbane, priorità pedonale, micro-paesaggi, recupero delle acque meteoriche, inclusione, flessibilità.


Insomma: secondo chi di architettura se ne occupa professionalmente, Piazza Martiri d’Ungheria, comunemente detta “Piazza Municipio”, ha qualità.
E io non ho alcuna difficoltà a prenderne atto. Ma, contemporaneamente, continuo a pensare quello che pensavo prima del premio: Questa piazza è un omaggio al vuoto.
E non è una battuta. È la sensazione di chi, guardandola, cerca qualcosa che non c’è più.
Una piazza può essere bella e non appartenerti. Forse è proprio questo il punto che il premio non può certificare. Un progetto può essere contemporaneo, sostenibile, innovativo, tecnicamente interessante. Può persino meritare un riconoscimento.
Ma una città non è un concorso di architettura. Una città è fatta anche di memoria. Invece, in questa piazza si è consumata una grande operazione di trasformazione che ha cancellato quasi completamente ciò che c’era prima. Non soltanto un disegno urbano, ma una storia.
Questa piazza era nata negli anni ’30 del secolo scorso. E nel corso dei decenni era diventata qualcosa che nessun progetto può prevedere fino in fondo: un luogo della memoria collettiva.
Io, come tanti altri vibonesi, ci sono cresciuto. E come tanti altri ho un ricordo legato a quei famosi “formaggini”, le panchine in pietra che avevano finito per diventare un elemento riconoscibile dell’emiciclo. Non erano soltanto manufatti. E poi, il ricordo legato a quelle aiuole con al centro un albero maestoso, quelle aiuole che, dividendo la piazza in zone riconoscibili, delimitavano confini, certamente mobili, ma identificative di compagnie, di gruppi. Ed ancora, la vasca dei pesciolini rossi che campeggiava al centro della piazza e che ogni bambino ne rimaneva affascinato… Erano appuntamenti, conversazioni, attese, incontri.
Quante volte ci siamo incontrati lì?
Quante storie personali, familiari, sentimentali, scolastiche sono passate da quello spazio?
Io compreso… E oggi di tutto questo non c’è più traccia!
Non c’è più la vecchia organizzazione della piazza. Non c’è più la Ninfa Scrimbia nella sua collocazione originaria. Non c’è più uno dei due alberi storici, quel cedro del Libano la cui eliminazione suscitò, a suo tempo, proteste e discussioni.


È rimasto un nuovo disegno. Pulito, contemporaneo, ordinato: una spianata!
E qui mi permetto di ricordare una cosa che oggi, nella celebrazione del premio, rischia curiosamente di essere rimossa.
Questa definizione non è mia. Era quella dell’attuale sindaco Enzo Romeo.
Nel marzo 2025 Romeo parlò di «una spianata senza nessun collegamento con l’identità della città». E aggiunse, riferendosi al progetto: «Probabilmente i progettisti non conoscevano la città, l’identità, la storia».
Parole pesanti. Parole politiche. Ma soprattutto parole pronunciate da chi oggi amministra quella stessa piazza.
La storia, però, ha un suo modo spesso ironico di sistemare le cose.
Il progetto era stato concepito, approvato e avviato durante l’amministrazione di Maria Limardo. Poi è arrivata l’amministrazione Romeo.
E questa piazza, insieme agli altri cantieri ereditati, è diventata una di quelle faccende nelle quali la politica scopre improvvisamente che il passato non passa mai del tutto. Perché c’era un progetto. C’era un cantiere. C’erano soldi pubblici, circa un milione di euro. E dunque, piaccia o non piaccia, bisognava finire.
Lo stesso sindaco lo aveva sostanzialmente detto: il progetto ormai ce lo ritrovavamo e non si poteva fare diversamente. Una posizione comprensibile. Ma allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
La contraddizione è evidente.
Non necessariamente perché qualcuno abbia torto e qualcun altro abbia ragione. Ma perché due giudizi possono convivere senza che uno debba necessariamente cancellare l’altro.
Una giuria di architetti può premiare un progetto per la qualità della sua concezione urbanistica e, contemporaneamente, una parte della città può continuare a considerarlo estraneo alla propria memoria.
Non è una contraddizione dell’architettura. È la contraddizione, molto più umana, tra la città progettata e la città vissuta.
Oggi, però, quell’intervento ha ricevuto un premio. Ed ecco che la politica torna in scena.
L’area politica che ha sostenuto Maria Limardo ha naturalmente accolto il riconoscimento con soddisfazione. Ed è comprensibile.
Dopo anni di critiche, il premio può essere utilizzato come una risposta. Quasi una rivincita.
Perché mentre l’amministrazione Romeo, attraverso l’assessore Monteleone, rivendica correttamente il lavoro svolto per portare a compimento il cantiere; ed il centrodestra vicino all’ex sindaco Maria Limardo festeggia il premio come una sorta di risposta alle critiche di ieri. Guardate: la giuria tecnica ha premiato ciò che voi contestavate.
E in effetti c’è un elemento che nessuno può negare: la critica politica non ha impedito a una giuria qualificata di riconoscere valore al progetto.
Ma attenzione a non commettere l’errore opposto. Perché un premio di architettura non trasforma automaticamente una piazza in un luogo identitario.
Non restituisce i “formaggini”. Non riporta la Ninfa Scrimbia al centro della vasca con i pesciolini rossi. Non fa ricrescere il cedro del Libano. E soprattutto non può cancellare ciò che una parte della città ha provato davanti alla trasformazione di quello spazio.


Allo stesso modo, le critiche politiche non possono cancellare il fatto che una giuria specializzata abbia premiato il progetto.
Le due cose devono stare insieme. È questo che rende la vicenda paradossale.
Forse il vero problema è che abbiamo sempre più spesso due città. Quella che appare nei rendering. E quella che vive nella memoria dei cittadini.
Nel rendering tutto funziona. Gli spazi sono armonici, le persone sorridono, gli alberi sono verdi, l’acqua scorre, la socialità fiorisce e ogni cosa sembra essere esattamente al proprio posto.
Poi arriva la città vera. Quella fatta di abitudini. Di ricordi. Di «ci vediamo lì». Di luoghi che diventano familiari non perché qualcuno li abbia progettati per esserlo, ma perché generazioni di persone li hanno vissuti.
Ed è qui che l’architettura incontra la sociologia.
Una piazza non diventa identitaria perché qualcuno decide che deve esserlo. Diventa identitaria perché il tempo la consegna alla memoria collettiva. E il tempo non si progetta.
Forse, allora, dovremmo smettere di chiedere a questa piazza di risolvere una disputa politica che non le appartiene.
C’è qualcosa di profondamente vibonese, e forse persino malinconico, in tutta questa storia.
La vecchia amministrazione ha realizzato una piazza che l’opposizione di allora contestava. L’opposizione di allora è diventata maggioranza, si è ritrovata il cantiere tra le mani, lo ha completato, e oggi quella stessa piazza riceve un premio.
L’ex amministrazione festeggia il premio. L’attuale amministrazione lo festeggia anch’essa, pur ricordando che quella piazza «ha fatto discutere e continua a far discutere».
E tutti, in qualche modo, hanno ragione. Tranne forse la memoria.
Perché la memoria non ha un assessorato. Non ha un gruppo consiliare. Non ha un progettista. Non partecipa ai concorsi. Non ritira premi.
E soprattutto non può presentare ricorso.
Può soltanto restare lì, silenziosa, a ricordarci che prima di essere una superficie da rigenerare, questa piazza era un luogo. Un luogo nel quale una città si riconosceva.
Oggi abbiamo una piazza premiata. Adesso vedremo se avremo anche una piazza vissuta.
Perché la piazza non è di Maria Limardo. Non è di Enzo Romeo. Non è dell’assessore Monteleone. Non è dei progettisti. Non è della ditta che l’ha realizzata.
È dei vibonesi.
E proprio per questo deve poter essere contemporaneamente un’opera premiata dall’architettura e un’opera discussa dalla città.
Le due cose non si escludono. Anzi, una città viva è proprio quella nella quale un riconoscimento prestigioso non impedisce a un cittadino di dire: «A me questa piazza non piace».
E nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a rispondere: «Ti sbagli, perché ha vinto un premio».
Così come chi rimpiange i vecchi “formaggini” non dovrebbe pretendere che il tempo si sia fermato agli anni della propria giovinezza.
Il punto è un altro. Una città può cambiare senza dover rinunciare alla propria memoria?
Questa, forse, è la domanda che Piazza Martiri d’Ungheria lascia ancora aperta.
Forse, invece di continuare a litigare su chi abbia avuto ragione ieri, sarebbe più utile chiedersi che cosa succederà domani.
Perché adesso comincia la sfida vera .
Riusciranno i vibonesi a fare di questa nuova piazza un luogo della propria vita? Riusciranno a darle una memoria nuova? Riusciranno i bambini di oggi a trasformarla nel luogo dei loro appuntamenti, come noi abbiamo fatto con i nostri “formaggini”?
Perché alla fine, quando saranno finite le fotografie della cerimonia, quando il premio sarà riposto in una teca e quando nessuno ricorderà più chi lo ha ritirato, resterà soltanto una domanda.
Se una piazza deve restituire centralità civile alla città, come recita la motivazione del premio, forse la prima cosa da restituirle avrebbe dovuto essere proprio la sua memoria.
E quella, purtroppo, non si può ricostruire con una gara d’appalto. Nemmeno con un milione di euro. Nemmeno con un premio.
Abbiamo costruito una piazza nuova. Abbiamo ottenuto un riconoscimento importante. Abbiamo realizzato un progetto che l’architettura considera meritevole.
Adesso dobbiamo capire se siamo riusciti anche a costruire un luogo nel quale i vibonesi possano riconoscersi.
Perché una piazza può essere tecnicamente perfetta, architettonicamente premiata, urbanisticamente innovativa. Ma una piazza, prima ancora di essere uno spazio progettato, è uno spazio vissuto.
E il tempo, in questo caso, sarà l’unica giuria che ancora non ha espresso il suo verdetto.
Perché i premi si consegnano in una sera. Le piazze, invece, vengono giudicate ogni giorno, mentre il tempo trascorre…









