Dedicato ad Andrea Leoni, bersagliere sardo caduto a Porta Pia
di Pierluigi Lo Gatto
Il battito del cuore sovrasta quello delle vicine campane.
I lenti rintocchi sembrano rendere sacro il tricolore destino, mentre il fraterno fiato unisce corpi e anime nella spasmodica attesa.
Come bilancia divina, la luce equilibra una gravida oscurità.
Ecco il primo rimbombo, che sferza l’aria fresca come lama tagliente. La palla di fuoco morde quel muro, ipocrita baluardo di profana fede.
Il fumo avvolge le urla lontane, e le schegge di pietra impastano la lingua straniera.
I tuoni imperversano come tempesta d’estate, ansiosi di scorgere una bianca quiete.
Andrea è lì, genuflesso dietro gli alberi che ornano una deserta Sant’Agnese, immobile come i vicini compagni di sangue e bevute. Quante volte ha immaginato questo momento, quante notti ha illuminato col chiarore del sogno, quanta gloria ha creato mischiandola col sudore del duro addestramento.
Ora, stranamente, è tutto diverso.
Ora le immagini di eroiche gesta, le scommesse siglate con spada di fuoco, la luce del giorno che abbagliava la vita intorno al suo giovane sguardo, tutto,ora, sembra affievolirsi.
Ora , in quell’attimo eterno, appeso allo schiaffo di un gutturale comando, Andrea si ritrova a vagare nel suo abisso, a cercare quel sole che nelle mattine d’estate gli pareva così ovvio e immortale.
Il ginocchio poggia sull’umida terra, fecondata da semi di speranza uniti a ingiallite foglie, che lo riportano ai profumi della sua infanzia, quando tra dolci castagni e querce secolari attraversava di corsa magici boschi e promettenti vigneti, che sommergevano di colorata ebbrezza il ricordo del caldo frumento. Quelle corse gli procuravano un tumulto che rischiarava la sua mente e accendeva il suo cuore, una sensazione di appartenere ad un Universo intriso d’amore e potenza simile alle fiamme del suo fregio, un’inebriante estasi di libertà.
Già, la Libertà. Pensa proprio a quella, Andrea, mentre controlla la sacca delle cartucce. Chissà se i suoi figli o nipoti l’assaporeranno o dovranno combattere come lui per conquistarla. Chissà se rammenteranno i sacrifici di vite precocemente spezzate e, soprattutto se, immersi in essa, la considereranno banale e scontata. Chissà se, possedendola, avranno anche il coraggio di viverla.
La mano, forte come il granito delle sue montagne, stringe il ferro ancora freddo dell’inseparabile fucile, presto strumento della sua volontà, più densa dell’etereo zolfo che la leggera brezza va mitigando.
Vicino, timidi raggi trafiggono l’acqua trasparente di un’intarsiata fontana.
Andrea ricorda quando, bambino, aveva visto per la prima volta il suo impetuoso mare, sferzato da superbo maestrale, accogliere un sole stanco come da sovrumana fatica. Ma, ancor più forte e vigoroso, dopo un rigenerante riposo, lo stesso sole sarebbe risorto dall’affascinante blu che circondava la sua amata isola.
Chissà cosa si celava in quelle profondità, quali mostri o meraviglie sarebbero apparsi a un intrepido cercatore, quali misteri e segreti si sarebbero svelati al cospetto di occhi abituati a vedere solo in superficie, quale potente veleno avrebbe potuto tramutarsi in salvifico farmaco là dove la luce lasciava il posto alle tenebre.
L’ennesimo fragore si distingue dagli altri. È subito seguito non più da urla lontane e in altra lingua, ma da rapidi e conosciuti incitamenti. Il pulviscolo si dirada insieme alla speranza dei difensori e appare il sospirato varco. Sassi che ancora ardono e pietre taglienti, corpi accartocciati vittime di assurdo martirio, lame che luccicano per l’ultima volta.
Ecco, ci siamo. Il comandante ordina alle trombe il veemente ruggito e la corsa cadenzata comincia a sprigionare vigore e coraggio, sprezzante della vana scomunica che accompagna l’imposta verità.
Andrea affonda veloce il suo passo nell’incerto terreno, incerto come il suo destino, che la sera prima, per gioco, aveva affidato alle strane carte di una zingara, con occhi neri e penetranti come quelli delle ragazze del suo paese.
La prima carta, il Matto, fece sgorgare grossolane risate dalle barbe curate dei suoi compagni. La zingara sorrise e continuò a farlo mentre poneva le altre carte, la Luna, alla sua destra, e la Stella, in alto. Mentre la donna stava per tirar fuori l’ultima carta dal mazzo, colorato come le sue vesti, il robusto caporale dal marcato accento piemontese li esortò con piglio deciso a ritirarsi. Andrea incrociò di nuovo il viso della zingara, stavolta senza sorriso, e chiese notizie della quarta carta e del suo futuro.
“L’ultima carta non ha importanza” , rispose la zingara, riponendola in fretta fra le altre, “e comunque nessun destino è già scritto tra queste figure “.
“ Ma tornerò a casa? “
“Sì”
La zingara accarezzò la mano di Andrea, proprio come faceva sua madre, proprio come la rugiada sfiora l’ultimo petalo di rosa.
Andrea corre veloce verso la breccia, lo stesso respiro dei vicini fratelli, identico battito di cuore e di suolo, un’unica anima su variegate esistenze. La Fanfara zittisce ogni altro rumore, e rende invincibile quel pugno che avanza. La bandiera sembra volare, incurante degli ostili colpi, e si erge maestosa come inaffondabile albero nel mare in tempesta. Le piume corvine sembrano danzare all’unisono, legate da un vincolo più forte della stessa morte.
Andrea prende la mira e comincia a sparare. È difficile farlo in movimento. Bisogna essere concentrati sul bersaglio e attendere l’istante giusto, quello in cui tutto sembra fermarsi, anche il suo cuore.
È un po’ come la vita, pensa Andrea, quando i pensieri si affollano ed effimere sirene cercano di distrarti dal tuo reale scopo. Allora devi sviluppare l’attenzione, focalizzarti sul qui e ora, padroneggiare la tua mente ed annerire gli istinti.
Andrea è ormai a pochi metri da quel muro di cartapesta, e riesce a distinguere bene gli Zuavi che accorrono verso l’eroico varco. Innesta la baionetta, mentre lo stridio delle lame che si incrociano preannuncia l’ultimo atto.
Il piede poggia sulla fatidica soglia, passaggio obbligato di promessa e speranza.
L’ennesimo colpo di fucile. Anch’esso si distingue dagli altri. Andrea barcolla, mentre le piume, nere come la pece, si tingono piano di rosso. La morbida terra l’accoglie con abbraccio materno, mentre il profumo della rugiada attenua l’odore del sangue.
Andrea ritorna alle impavide corse, ai tappeti odorosi di foglie bagnate da esile pioggia, alle infinite tinte di giallo e di bruno, ai faticosi solchi impregnati di ricchi semi, alle antiche rocce consunte da atavici cicli.
Un’ombra cala sul suo viso gentile, mentre fuoco e furore echeggiano lontanissimi. Andrea sorride, mentre la sua Anima si unisce a quella del Mondo.
Ha raggiunto il suo scopo, ha unito cuore e destino con quelli degli adorati compagni, ha aggiunto il suo pezzo di stoffa alla sofferta bandiera. Aveva ragione, la zingara.
Ora è tempo di pensare a se stesso, ai suoi cari , alla sua terra.
Ora è tempo di tornare a casa.










