Durante la celebrazione, le lacrime diventavano preghiera per alcuni, rabbia per altri, tristezza o sfogo per altri ancora. Ma tutti piangevamo
di Domenico Nardo
La città intera si è stretta ieri attorno alla famiglia della piccola Clara Artusa, due anni appena, volata via troppo presto a causa di un tragico soffocamento mentre mangiava un wurstel. Una tragedia che ha attraversato le case e le coscienze, lasciando un dolore che non trova parole.
I funerali, celebrati da Mons. Gaetano Currà nella chiesa Regina Pacis, hanno visto la partecipazione di migliaia di persone. Una folla composta, silenziosa, profondamente commossa: file interminabili di cittadini hanno atteso per stringere la mano ai genitori, per offrire un abbraccio, uno sguardo, una preghiera. La comunità si è fatta corpo unico, come accade solo quando il dolore è così grande da non poter essere portato da soli.
Il giorno precedente ero andato a rendere un saluto. Vedere quel piccolo angelo adagiato in un lettino bianco di legno, così serena, così fragile, è stato un colpo al cuore. Ho abbracciato i genitori, che con una sofferenza composta e dignitosa accoglievano tutti, trovando un filo di conforto nelle mani e nei volti di chi si avvicinava. Attorno alla bara, un abbraccio di fiori e piante portati da chi voleva lasciare un segno d’amore per Clara.
A nome dell’Associazione Culturale Rachele Nardo LLFF-ODV, ho deposto un fascio di fiori. E ho pianto. Non riuscivo a trattenere le lacrime: troppo fresco è ancora il dolore per la perdita di mia figlia Rachele, un anno fa, vent’anni e una vita piena di sogni. È impossibile non pensare che ora, in cielo, possano essere insieme: giocare, cantare, ballare, come immaginiamo facciano tutti gli angeli volati via troppo presto.
La mia vicinanza più sincera va alla mamma Anastasia, che avevo visto solo qualche volta: una ragazza giovane, con il volto segnato da un dolore che ricorda quello della Madre ai piedi della croce. E al papà Salvatore, dignitoso nel suo silenzio, accanto alla sua sposa, circondati da parenti e amici che non li hanno lasciati soli un istante.
Durante la celebrazione, le lacrime diventavano preghiera per alcuni, rabbia per altri, tristezza o sfogo per altri ancora. Ma tutti piangevamo. Perché davanti a una bara così piccola non esistono distanze, differenze, giudizi.
E proprio sui giudizi occorre fermarsi. Subito dopo la tragedia, qualcuno si è lasciato andare a frasi inopportune, persino offensive, chiedendo “dove fossero i genitori”. Ma chi conosce la vita reale sa che seguire una bambina di due anni ventiquattr’ore su ventiquattro non è umanamente possibile. Non si giudica una madre o un padre per sessanta secondi fatali, ma per tutto l’amore, l’attenzione, la cura che hanno donato ogni giorno. E questa famiglia lo ha fatto, con dedizione e tenerezza.
A loro dico: non sentitevi colpevoli di nulla. Anche se il peso, a volte, può sembrare insopportabile.
A chi non ha parole di affetto o di rispetto, il silenzio sarebbe un gesto non solo di carità cristiana, ma anche di semplice intelligenza umana.
Clara ora riposa nella luce. E noi, qui, continuiamo a stringerci attorno ai suoi genitori, perché nessuno dovrebbe affrontare un dolore così grande da solo.










