Itinerari di vacanza suggeriti dalla giornalista esperta nel settore dei viaggi e delle crociere, per i lettori di ViViPress
di Liliana Carla Bettini
C’è un luogo, incastonato tra le pieghe morbide del Rif marocchino, dove il tempo sembra rallentare e la luce cambia colore. Chefchaouen non si visita: si contempla. È una città che accoglie il viaggiatore con il silenzio delle sue montagne e con un blu che non è mai lo stesso, capace di trasformarsi a ogni passo.
Passeggiando nella medina, le strade si aprono come pennellate d’artista. Le case, tinte di azzurro, indaco e cobalto, riflettono una tradizione antica, nata forse per proteggere dal caldo o per richiamare il cielo e la spiritualità. Qui il blu diventa linguaggio universale, un abbraccio visivo che calma e sorprende. Ogni porta, ogni scala, ogni muro racconta una storia fatta di semplicità e armonia.



Chefchaouen vive di dettagli: i vasi di gerani rossi che spezzano il monocromo, i tappeti stesi al sole, il profumo del pane appena sfornato che si mescola a quello delle spezie. Nei souk, l’artigianato locale — lane intrecciate, ceramiche, oggetti in legno — conserva il ritmo lento di un sapere tramandato, lontano dalla frenesia delle grandi città marocchine.
Salendo verso la Kasbah, cuore storico della città, lo sguardo si apre sulla medina e sulle montagne che la proteggono come sentinelle. È da qui che Chefchaouen rivela la sua anima più autentica: un equilibrio delicato tra natura e architettura, tra spiritualità e vita quotidiana. Al tramonto, la città si immerge in una luce dorata che addolcisce il blu, rendendolo quasi irreale.
Chefchaouen è una destinazione che invita alla lentezza. È il luogo ideale per chi cerca un turismo consapevole, fatto di passeggiate senza meta, di incontri gentili, di silenzi condivisi. Non offre clamore, ma emozione. Non impone un percorso, ma suggerisce un modo di viaggiare più intimo.



La discendenza andalusa è evidente: come Tetouan, la sua vicina settentrionale, Chefchaouen si sviluppò nel XV secolo con l’arrivo di musulmani ed ebrei dall’Andalusia in fuga dall’Inquisizione. Quanto alle origini del blu, rimangono un mistero… Un repellente per zanzare o un simbolo del legame con Dio nell’ebraismo? L’azzurro evoca anche l’acqua, onnipresente. Salendo fino alla porta di Bab El-Ansar, si raggiunge la sorgente del wadi Ras El Ma che alimenta la città. Un sentiero costeggia le sue rive punteggiate da vecchi mulini dove le donne battono il bucato: seguiamo il filo blu!
Lasciando la città, resta negli occhi quel blu infinito e nel cuore una sensazione rara: quella di aver visitato non solo un luogo, ma uno stato d’animo. Chefchaouen continua a esistere anche dopo la partenza, come un ricordo lieve, sospeso tra cielo e montagna, pronto a tornare ogni volta che si chiudono gli occhi.









