Tra basole e strade che raccontano identità e storia, colate di bitume sostituiscono la cura con l’improvvisazione. Non è manutenzione: è la resa culturale di una città che rischia di smarrire se stessa
di Maurizio Bonanno
Ditemi che è uno scherzo. Una provocazione. Un fotomontaggio. Un’elaborazione malriuscita dell’Intelligenza Artificiale. Una fake news.
Ditemi che non è vero!
Le offese e gli sfregi che stanno colpendo la città di Vibo Valentia stanno superando il limite del sopportabile (se penso al record assoluto di alberi abbattuti; se penso alla “piazza del vuoto” che è divenuta quella che per intere generazioni era piazza Municipio, luogo di aggregazione e di ritrovo!).
Ma se queste foto sono vere – e sono vere, purtroppo! – lo sfregio diviene assurdità. La pavimentazione in basole di un centro storico è elemento identitario: è memoria. E Vibo Valentia vanta un centro storico – tipico di una città medievale – che conquista con il suo fascino quanti lo visitano (ricordo quanto mi è stato dichiarato da personaggi come Philippe Daverio, come Claudia Cardinale). Immaginare, anche solo per un attimo, di chiudere dei lavori spalmando una striscia di asfalto al posto delle basole rimosse, è demenza. Che sia stato permesso, senza un controllo degli uffici e degli amministratori comunali, è un delitto!
Non può essere permesso.
Quelle chiazze nere, gettate senza pudore tra le pietre che sanno di antico, non sono semplici rattoppi: sono amputazioni. Non sono manutenzione: sono resa. L’asfalto che cola sulle basole è l’emblema di una cultura amministrativa che sceglie la scorciatoia al posto della cura, l’improvvisazione al posto della competenza, il provvisorio al posto del progetto.



Il centro storico non è un supporto neutro su cui intervenire con logiche da periferia industriale. È un testo stratificato, un palinsesto urbano. Come scriveva Aldo Rossi, «la città è il locus della memoria collettiva». Intervenire sulla sua materia senza rispetto significa alterare quella memoria, incrinare il racconto che una comunità fa di se stessa.
Le basole non sono “pietre vecchie”: sono il tempo reso superficie. Sono i passi di generazioni, sono la trama minuta della storia. Ogni pietra diseguale racconta una continuità, una fatica, una permanenza. Sostituirla con una colata di asfalto significa interrompere il discorso. Significa dichiarare che la memoria è un intralcio, non una risorsa.
In Le città invisibili, Italo Calvino scrive che «la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano». Nel capitolo “Le città e la memoria”, la città vive nei dettagli, nei segni minimi, negli oggetti che resistono al tempo. Le basole sono quelle linee della mano. Sono la grafia minuta della città. Coprirle con l’asfalto è come cancellare un’impronta digitale: si perde l’identità, si smarrisce la riconoscibilità.
Un centro storico medievale – come quello di Vibo Valentia – non è un quartiere qualsiasi. È un organismo delicato, un equilibrio tra materia e paesaggio, tra architettura e pendenza, tra luce e pietra. In quelle strade scoscese, l’irregolarità della pavimentazione dialoga con le facciate, con le ringhiere, con i portali. L’asfalto spezza questa armonia, introduce una dissonanza brutale, trasforma un tessuto storico in un collage incoerente.

Jane Jacobs ci ha insegnato che la vitalità urbana nasce dalla complessità, dalla mescolanza, dalla cura dei dettagli. Ma la cura è l’opposto della sciatteria. Non si tutela la vita di una città trattandola come una strada provinciale da rattoppare in fretta. La manutenzione nei centri storici è un atto culturale prima ancora che tecnico. Richiede competenze, sensibilità, rispetto delle tecniche tradizionali, riposizionamento delle basole, non colate nere.
E ancora Lewis Mumford ammoniva che la città è «il più grande manufatto dell’uomo», ma anche il più fragile. Fragile non perché crolli, ma perché può essere snaturata lentamente, un intervento mediocre alla volta. Non servono ruspe per distruggere una città: basta l’indifferenza.
Qui non si tratta di estetica, ma di responsabilità pubblica. Un’amministrazione che consente simili interventi – o che non li controlla – abdica al proprio ruolo di custode del bene comune. Perché il centro storico non appartiene a chi governa pro tempore: appartiene a chi c’era prima e a chi verrà dopo.
L’asfalto sulle basole è la metafora di una politica miope: si risolve l’urgenza tecnica ignorando il danno culturale. Si rattoppa oggi, si degrada per decenni. Si risparmia forse qualche euro nell’immediato, ma si perde valore identitario, attrattività, dignità.
E allora la domanda non è solo tecnica – “si poteva fare diversamente?” – ma morale: che idea di città abbiamo? Vogliamo una città che custodisce la propria memoria o una città che la livella? Una città che si riconosce nella propria storia o una città che la copre con un bitume nero e uniforme?
Calvino ci ricorda che le città sono fatte di relazioni invisibili, di ricordi, di sguardi. Quando la materia cambia in modo così brutale, anche quelle relazioni si incrinano. Non è solo una strada a essere ferita: è il patto tra cittadini e luogo.
Per questo non può essere permesso.
Non è un dettaglio. Non è una polemica sterile. È una questione di civiltà urbana.
Restituire le basole, ripristinare la continuità materica, pretendere competenza e rispetto non è nostalgia: è visione. È scegliere di essere all’altezza della propria storia. È rifiutare l’idea che il degrado sia inevitabile.
Perché una città che accetta di coprire la propria memoria con l’asfalto finisce, prima o poi, per non riconoscersi più allo specchio delle sue pietre.









