Una riflessione ispirata da un vecchio film di Nanni Loy con uno straordinario Alberto Sordi: Detenuto in attesa di giudizio
di Maurizio Bonanno
«Un errore può capitare».
È una frase che si pronuncia con leggerezza, quasi fosse una fatalità inevitabile. Ma quando quell’errore significa manette ai polsi, una vita distrutta, la gogna mediatica e anni di sofferenza prima che la verità emerga, non si tratta più di una semplice imperfezione del sistema. Diventa una tragedia civile.
Chi ricorda la vicenda di Enzo Tortora sa bene cosa significhi davvero quella frase.
Arrestato nel 1983 sulla base delle accuse di alcuni collaboratori di giustizia, Tortora venne esposto come simbolo della lotta alla criminalità organizzata. Le immagini delle manette davanti alle telecamere fecero il giro d’Italia. Il verdetto mediatico arrivò prima di quello giudiziario. Solo anni dopo sarebbe stato assolto definitivamente con la formula più piena: il fatto non sussiste.
Ma nel frattempo la sua vita era stata devastata. La salute minata, la dignità calpestata, la fiducia nello Stato irrimediabilmente ferita.
Dire che «può capitare» significa accettare che tutto questo sia il prezzo inevitabile della giustizia. Significa tollerare un sistema in cui il cittadino può essere travolto da un meccanismo troppo spesso incapace di riconoscere i propri errori.
Eppure la Costituzione italiana immagina qualcosa di molto diverso.
L’articolo 111 stabilisce che il processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale e con una ragionevole durata. È il cuore dello Stato di diritto: il principio secondo cui anche di fronte alla potenza dello Stato il cittadino deve poter contare su un arbitro davvero indipendente.
Proprio da questo principio nasce il referendum del 22 e 23 marzo.
La campagna per il “Sì” propone di separare le carriere dei magistrati: da una parte chi accusa, cioè il pubblico ministero; dall’altra chi giudica. Una distinzione netta tra due funzioni che nel processo rappresentano ruoli opposti.
Oggi in Italia, invece, accusa e giudice appartengono allo stesso ordine, condividono lo stesso percorso professionale e possono perfino passare da una funzione all’altra nel corso della carriera. È esattamente ciò che non è consentito nelle principali democrazie liberali, dove la funzione dell’accusa è separata da quella del giudice. Non per indebolire la magistratura, ma per rafforzare la credibilità della giustizia.
II problema non riguarda l’integrità personale dei magistrati, non è l’onestà dei magistrati, che nella grande maggioranza dei casi svolgono il loro lavoro con dedizione e senso dello Stato. Il problema è il sistema. Perché un processo realmente equo presuppone una distanza chiara tra chi accusa e chi giudica. Perché la giustizia non deve soltanto essere imparziale: deve apparirlo senza ombra di dubbio.
Se accusa e giudice appartengono allo stesso corpo professionale, se condividono formazione, cultura e carriera, la parità tra accusa e difesa rischia di rimanere più teorica che reale.
La storia giudiziaria italiana offre purtroppo esempi dolorosi di ciò che accade quando il sistema si inceppa.
Questa esigenza di riforma non è nuova. Era stata raccontata, quasi profeticamente, già più di cinquant’anni fa nel cinema italiano. Nel 1971 Nanni Loy portò nelle sale il film Detenuto in attesa di giudizio, interpretato da un sorprendente Alberto Sordi in una delle sue rarissime e straordinarie prove drammatiche, una delle interpretazioni più intense della sua carriera.
La storia è quella di un emigrato italiano che torna nel proprio Paese e viene improvvisamente arrestato per un equivoco giudiziario. Da quel momento precipita in un incubo fatto di carceri sovraffollate, procedure incomprensibili, indifferenza delle istituzioni e un apparato burocratico che sembra incapace di vedere l’uomo dietro il fascicolo.
Un incubo quasi kafkiano: nessuno spiega, nessuno ascolta, nessuno si assume la responsabilità. Il sistema continua a muoversi con inerzia, mentre la vita di un innocente viene lentamente stritolata. All’epoca, sembrava una denuncia provocatoria. Oggi appare invece come un racconto tragicamente attuale.

Il film si ispirava al diario scritto in carcere da Lelio Luttazzi, dopo essere stato coinvolto in un clamoroso errore giudiziario. Anche lui, come molti altri, avrebbe pagato un prezzo altissimo prima che la verità emergesse. E quante storie simili, ancora oggi si scoprono. Si pensi, giusto per fare un esempio, alla vicenda dell’ex sindaco di Pizzo, Gianluca Callipo.
Queste storie, però, non devono alimentare sfiducia nella giustizia. Al contrario: devono spingerci a migliorarla.
All’epoca quel film apparve come una denuncia coraggiosa. La lezione che emerge ed ancora oggi è attule, è semplice ma fondamentale: la giustizia non può essere un potere senza contrappesi.
Una democrazia matura non teme di riformare le proprie istituzioni. Al contrario, lo fa proprio per rafforzarle. Separare le carriere tra chi accusa e chi giudica non significa indebolire la magistratura né ostacolare la lotta alla criminalità. Significa rendere il processo più equilibrato e più conforme allo spirito della Costituzione.
Significa ricordare che il processo penale non è un campo di battaglia in cui lo Stato deve vincere a ogni costo, ma il luogo in cui si cerca la verità tutelando i diritti di tutti.
Significa rafforzare il principio costituzionale del giusto processo, rendendo più chiara la distinzione tra chi accusa e chi giudica. Significa ricordare che al centro della giustizia non ci sono le istituzioni, ma i cittadini.
Perché quando un innocente viene travolto da un errore giudiziario non è soltanto una persona a essere distrutta. È la credibilità stessa della giustizia a vacillare.
E uno Stato che non difende fino in fondo la libertà e la dignità dei suoi cittadini rischia di smarrire la propria ragion d’essere.
Il referendum del 22 e 23 marzo rappresenta, dunque, l’occasione per compiere un passo in questa direzione: rendere più netta la distinzione tra accusa e giudice, rafforzare l’equilibrio tra le parti, avvicinare finalmente il sistema giudiziario italiano al modello del giusto processo disegnato dalla Costituzione.
Per questo votare “Sì” non significa schierarsi contro la magistratura. Significa schierarsi a favore di una giustizia più credibile, più equilibrata e più vicina ai cittadini.
In una parola: più giusta.










