È possibile questo? L’idea che si stia superando il limite non scuote nessuno degli attuali amministratori?! È concesso? E da chi?
di Maurizio Bonanno
C’è un’auto che si aggira per le vie di Vibo Valentia. È l’auto dell’assessore/operaio, quello che sta sui cantieri, quello che si sporca le mani di fango e asfalto, di pietre e bitume. È la sua auto privata che, con un atto di imperio, è stata trasformata in riferimento pubblico con tanto di insegne.
È possibile questo? È concesso? E da chi?

C’era un tempo in cui il rispetto delle istituzioni era di tale livello che, a chi era chiamato a servirle, era imposto un certo di stile, un dress code si direbbe oggi con termine alla moda, perché anche apparire imponeva uno stile sobrio e dignitoso, rispettoso del ruolo interpretato in via temporanea (perché si tratta sempre di incarichi non permanenti).
Poi è venuto il tempo in cui le istituzioni sono passate al servizio della politica, anzi del politico ed allora gli incaricati hanno cominciato a coltivare la propensione a identificare lo Stato, il Comune, in una parola l’Istituzione, con se stessi non più aderendo allo spirito di servizio di questi organismi, ma identificandosi con lo Stato tout court. Della serie: decido io, in dispregio di tutte le leggi, perché lo Stato, il Comune, l’Istituzione sono io: è questo che dicono certi atteggiamenti. È questo il messaggio che arriva da questa auto, una macchina che è proprietà privata di un privato cittadino che, avendo provvisoriamente ricevuto un incarico istituzionale, con esso si identifica al punto da ritenere conseguenziale, inevitabile, che essa si tramuti in auto di servizio acquisendone il “dress code”.
L’idea che si stia superando il limite non scuote nessuno degli attuali amministratori?!
Certo, non siamo più nell’Italia in bianco e nero dei primi anni Sessanta.
C’è una foto emblematica e rappresentativa di quale considerazione erano tenute un tempo le Istituzioni. Aldo Moro è sulla spiaggia di Terracina in compagnia della figlia Agnese. Lo statista e la bambina si tengono per mano. Agnese, che appare imbarazzata, sembra voglia appoggiarsi al padre, in cerca di conforto. In un’altra immagine, che risale a quella stessa giornata dell’estate del 1961, Moro è seduto su una sedia a sdraio, ha un libro tra le mani e guarda verso l’orizzonte, mentre Agnese è accovacciata ai suoi piedi e gioca, le mani tra la sabbia.


A riguardarle ora, quelle foto, che disegnano le due figure su un litorale quasi deserto (non era ancora il tempo delle orde di bagnanti a cui siamo ormai abituati), salta immediatamente agli occhi come Aldo Moro sia vestito di tutto punto. L’uomo politico che era stato tra i fondatori della Democrazia Cristiana e uno dei suoi rappresentanti alla Costituente, e che all’epoca aveva già ricoperto i ruoli di presidente del gruppo parlamentare, di ministro di Grazia e Giustizia, di ministro della Pubblica Istruzione e di segretario del partito, indossa un completo grigio chiaro e la cravatta. È vestito così, e continua a tenere le scarpe ai piedi, anche quando riposa sulla sdraio accanto alla bambina.
Un po’ di anni dopo quella passeggiata sulla spiaggia, Agnese ricorderà le gite al mare con il padre: “Quando andavamo in spiaggia – dice – papà indossava sempre la giacca e quando gli chiedevo una spiegazione lui mi rispondeva che, essendo un rappresentante del popolo italiano, doveva essere sempre dignitoso e presentabile”.
Insomma, Aldo Moro teneva più all’immagine dello Stato italiano, che lui rappresentava, piuttosto che alla propria tranquillità, anche quando era sul litorale romano in un giorno di vacanza, senza la pressione degli obblighi derivanti dal suo ruolo pubblico.
Il messaggio dello statista è chiaro. Lo dovrebbe essere ancora oggi: io sono un rappresentante delle istituzioni del mio paese, quindi del popolo italiano e, come tale, non posso che raffigurarne la dignità e il decoro.
Anche quando passeggiava mano nella mano con uno dei suoi figli, Aldo Moro voleva sentirsi onorevole, nel senso più vero della parola, cioè come colui che è degno di onore: rispetto che non è da tributare alla singola persona, ma a quello che in quel momento rappresenta.
Oggi, invece, c’è un’auto, un’auto privata che si aggira per la vie di Vibo Valentia accreditata da insegne istituzionali… concesse da chi?
E perché?










